Schiavi dell’informazione.

Contenere le infinite informazioni prodotte dall’umanità è sempre stato un problema; impossibile stiparle nella mente. Da vent’anni a questa parte, giriamo con una potenziale biblioteca d’Alessandria in tasca, protetta con cover e vetrini. Tutti possono essere fruitori e generatori di informazioni, consapevolmente o  inconsciamente. Opportunità o minaccia? Grande libertà o subdola costrizione, che mette a rischio la verità e le persone? Byung-Chul Han, filosofo e accademico coreano, in Infocrazia indaga i meccanismi di quello che definisce il “regime dell’informazione”, a cui nessuno riesce a sottrarsi.

Un regime di tipo classico, novecentesco, ritiene l’individuo un ingranaggio sostituibile, privo di unicità, riconosciuta solamente se utile  alla produzione. Il regime esercita un controllo, una sorveglianza continua dell’individuo, mediante la ricerca di informazioni: dove si sposta, chi vede, che posti frequenta. L’isolamento è la punizione per il ribelle, che agisce sul corpo dell’individuo, privandolo in primis della libertà di movimento. Una buona rappresentazione potrebbe essere la chimera tra Tempi moderni di Chaplin e l’inflazionatissimo 1984 di Orwell.

Le caratteristiche del regime dell’informazione di Byung-Chul Han sono diverse. L’uso della coercizione non è previsto; non si agisce sul corpo ma sulla psiche. L’individuo è libero di muoversi, esprimersi, ma all’interno di una gabbia di vetro, ben visibile. Sorvegliare non significa più estorsione di informazioni ma lasciare la libertà di generarle: non si rubano, si raccolgono perché date consensualmente. Paradossalmente, più l’individuo è libero, maggiore è il controllo. In questi frangenti, il vero atto di ribellione è celare qualcosa.

L’infocrazia si basa su pochi e semplici principi. Il primo, appunto, la semplificazione: tutto viene ridotto all’essenza; questioni complesse e dalle molteplici sfumature, si condensano in pochi argomenti, in fotogrammi. Informazioni che devono intrattenere, non alimentare lo spirito critico: l’Infotainment è la rappresentazione concreta di quello che ci piace sentire. Ragionando per equazioni: la democrazia sta alla complessocrazia come l’infocrazia sta alla semplicrazia.

Il dibattito diventa derby calcistico, le posizioni opposte sono sorde l’una all’altra. Arroccata su se stessa, la parte politica pensa e parla in ottica di sondaggi: non come metto in pratica ciò in cui credo? ma cosa vuole sentirsi dire il mio elettore?

Le informazioni che riceviamo sono quindi quelle che vogliamo ricevere; leggiamo e ci confrontiamo solo con quello che risponde alle nostre esigenze. L’algoritmo decide cosa leggiamo, o meglio: decide in base alle informazioni che gli abbiamo dato. Se l’opinione è valida solo se si mette in conto “la possibilità che venga messa in questione dall’altro”, in assenza dell’altro confutante non ci si riduce a parlare con uno specchio, con noi stessi? Ci si chiude così in quelle che Byung-Chul Han definisce “tribù digitali”: gruppi, community, nei cui valori ci si riconosce in maniera dogmatica. Il filosofo sudcoreano riconosce questa deriva solo nei conservatorismi estremi di destra: ma la cultura woke è poi tanto diversa? Nessuno è escluso, inutile ergersi a liberi pensatori chic.

Non importa che l’informazione sia portatrice di verità: se fa comodo ascoltarla o usarla, si può chiudere un occhio sull’assenza di fatti a suo supporto, oppure distorceli a proprio favore. L’autore parla di “universo de-fatticizzato”, un livello superiore alla menzogna: si cerca di cambiare la narrazione della realtà, persino dell’evidenza empirica. Ecco crearsi il terreno fertile per i complottismi e le fake news per tirare acqua al proprio mulino: così il Covid non esiste, LVI è stato un fine statista, il nucleare non è una fonte di energia pulita. L’era del dato oggettivo è conclusa, l’età della voce di corridoio splende.

Leggere Infocrazia non rassicura; affrontarlo con sufficienza, pensando di essere immune a questo nuovo regime, vuol dire alimentare la de-fatticizzazione. “Le informazioni hanno un margine di attualità molto ristretto, la verità è caratterizzata dalla durata”: per cambiare la tendenza, serve ricordarsi di ricordare, anche se costa fatica.

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