Racconti aulici e splatter dalla Romania.

Certi luoghi ci parlano, spesso inspiegabilmente: li incontriamo in un film, ci finiamo per caso, sentiamo il loro richiamo magnetico e non riusciamo a spiegarne il motivo. Qualcuno, poi, riesce a dare forma a questo legame, andando a fondo, riportando alla luce le radici e il folklore di terre lontane. Pochi, infine, riescono a rappresentarne il fascino tenebroso e mistico che li ammanta: è il caso di Transylvanian: storie oscure del folklore romeno di Carlotta Leto, che accompagna il lettore in un viaggio dark nel cuore della Romania.

La raccolta non si limita solamente all’aspetto più narrativo del genere antologico, ma restituisce informazioni e approfondimenti sul folklore romeno: i ventuno racconti sono ben strutturati, ricchi di espressioni e canzoni in lingua originale, spiegate accuratamente nelle note a piè di pagina. Un aspetto, questo, per nulla scontato, espressione dell’attenzione avuta nella ricerca delle fonti e della genuina voglia di far conoscere un’altra cultura.Ogni storia, ogni creatura protagonista, rientra in una macrocategoria ideata dall’autrice, che sembra fotografare i paesaggi romeni: le creature dal profondo abitano laghi e grotte, i padroni delle foreste vagano per i fitti boschi dei Carpazi; mostri dall’incubo e spiriti demoniaci infestano villaggi cupi e isolati.

Sul silenzio ovattato di questi luoghi si innesta una narrazione aulicamente splatter, fatta di parole mai fuori posto, perfettamente bilanciate: non “morte” ma “trapasso a miglior vita”;non “teste spaccate” ma “crani che si crepavano”; non “genitori asfissianti” ma “mostri che divoravano l’aria della casa”. Lentamente, la quiete macabra del racconto si trasforma in incubo sanguinolento, un climax dal quale il lettore non riesce a staccarsi. Se in alcuni momenti può sembrare persino troppo, ecco che il lettore lo cerca, preso da una sorta di delirio di sangue simile a quello delle creature protagoniste.

Se dovessi indicare i racconti che ho apprezzato di più per i motivi citati sopra, tra tutti consiglierei Il ballo dei mostri, Io sono fumo e Sul malocchio. Indicare i migliori è un inutile esercizio di soggettività; il lettore che si avvicina a Transylvanian ricerca in sfumature diverse quello che, nel racconto Șolomonarii, l’autrice definisce mistimagia: “il brivido che punzecchia le reni quando qualcosa di misterioso bussa alla porta, […] l’eccitazione che fa vibrare i muscoli di nuova energia ogni volta che il soprannaturale di avvicina”. Ciò che Carlotta Leto fa è mostrare lo straordinario nell’apparente ordinario: lì dove tutti vedono “un castello turistico” scopre “torri infestate da fantasmi”; lì dove vedono “placidi fiumi di montagna”, “insenature nascoste”, tana di mostri malvagi.

Se dovessi, invece, fare l’identikit del lettore potenziale di Transylvanian: storie oscure del folklore romeno, ci sarebbero sia l’amante del dark fantasy che l’appassionato di folklore popolare. Il lavoro di Carlotta Leto però, può essere una piacevole scoperta anche per le seconde e terze generazioni romene che, se non l’hanno avuta, hanno la possibilità di scoprire storie lontane che in un certo modo gli appartengono: è l’occasione, proprio come per la scrittrice, di toccare “un luogo, […] che non ha forma né nome, un posto che ci chiama e ci manca terribilmente nonostante non l’abbiamo mai visto, né cercato”.

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