Le tematiche ambientali non hanno mai avuto grandissimo appeal su di me; o almeno non in quella misura per cui scatta la volontà di informarsi e voler informare sulle sfumature green che il proprio quotidiano può assumere. Se chiamato a farlo, il mio ambientalismo lo definirei interiore, per nulla sbandierato e sicuramente insufficiente ai periodi che stiamo vivendo. Perché allora in libreria, l’occhio da lettore rapace è caduto su Quanto vale una balena di Adrienne Buller, dal Financial Times nominato come uno dei “Migliori nuovi libri sul clima”? A colpirmi è stato il sottotitolo, le illusioni del capitalismo verde: preannunciava una critica al greenwashing e a un certo attivismo dogmatico, entrambi respingenti per chi anche solo volesse provare a capirci qualcosa di ciò che sta accadendo al pianeta. Ho invece trovato un saggio molto articolato, in molti punti complesso per chi non mastica tutti i giorni macroeconomia, che ha aperto nuovi interrogativi, le cui risposte non sembrano rosee.

Affronterei brevemente e subito, per non ridurre tutto solo a un riassunto del libro, le questioni più tecniche: per i consulenti d’investimento che stanno leggendo, consiglio di saltare le ovvietà delle prossime righe. Le spiegazioni della Buller permettono a qualsiasi lettore dotato di pazienza e accesso a Wikipedia, di comprendere macro teorie economiche e formule arcane dietro oscuri acronimi come fondi ESG, carbon pricing, CSC, VSL, offset, S&P 500, asset management.
Parlando invece di suggestioni di lettura, la presa di coscienza di far parte di una società economica, la cui visione è rigidamente mercatocentrica e che ha sacrificato ogni forma di visione sull’altare del breveterminismo, genera un lieve senso di oppressione. Una dimensione della realtà in cui si sa più o meno coscientemente di vivere, certo, ma una volta messa nero su bianco, acquista un peso diverso e il potere di non essere più ignorabile. I nostri sistemi di mercato si basano sul rischio, su un’asticella alzata quotidianamente, eppure sembrano ignorare quello più grande di tutti, quello ambientale: visto lo stato irreversibile del pianeta, intendere il rischio ambientale come qualcosa che potrebbe accadere in futuro è una miopia temporale che non possiamo più permetterci.

In Quanto vale una balena si attivano due meccanismi principali di critica al capitalismo tinteggiato di verde. Il primo è un processo di demolizione degli alibi che il sistema economico attuale utilizza per affermare che la transizione ecologica sia insostenibile: per fortuna, le posizioni negazioniste sono poche o assenti tra i grandi gruppi economici. L’insostenibilità economica del processo e l’elevato potenziale di danneggiamento del PIL sono tra le motivazioni principali: siamo sicuri che il prodotto interno lordo sia l’unico e ancora accettabile indicatore di benessere delle persone, considerando che buona parte di quello mondiale è in mano a pochi paesi occidentali del Nord ed è il risultato dello sfruttamento di grandi aree del mondo?
Ma ciò che frena maggiormente è un sincero e agghiacciante quesito che il capitale si pone: chi investirebbe denaro in politiche i cui benefici sa che, anagraficamente, non vedrà mai? Leggendo queste parole, sono tornato, ancora una volta, a La vita delle api di Maurice Maeterlinck, a quando l’autore simbolista descrive come lo sciame in partenza lasci l’alveare ricco e pulito per le generazioni future di larve che a breve si schiuderanno, rinunciando a una parte di scorte e a celle sicure per i posteri. Una differenza sostanziale, in cui il profitto è cosa sconosciuta nel mondo animale.

Il secondo riguarda l’analisi della speculazione finanziaria che ha fatto della sostenibilità il suo prodotto di punta. Il trend dei fondi ESG (Environmental, Social and Governance), fondi d’investimento che promettono di selezionare aziende in base alla sostenibilità ambientale, è uno specchietto per le allodole; il carbon pricing, il sistema di tassazione delle grandi aziende in base alle loro emissioni, un palliativo il cui costo le industrie sostengono senza problemi. L’andamento generale è che essere consapevoli del problema sia la soluzione, ignorando l’immobilismo di stati e capitali: alle aziende è chiesto solo di essere trasparenti rispetto alle emissioni, non di ridurle concretamente; un’ammissione di colpa senza provvedimenti è più che sufficiente.
Il ruolo degli stati dovrebbe essere centrale in questa inevitabile sfida; considerando che la transizione dal basso è un’utopia: la favola dei piccoli gesti quotidiani che fanno la differenza non regge più. Economicamente, il basso non ha leve sufficienti a invertire la rotta e probabilmente, sebbene ci piaccia immaginare il contrario, nessuno sarebbe disposto a fare ciò che veramente è necessario: ripensare gli stili di vita e consumo mondiali. Gli stati dovrebbero impegnarsi lì dove il singolo è più debole, più incline a far prevalere il proprio interesse rispetto a quello di molti.

Molte cose assumono forma dopo le ultime pagine di Quanto vale una balena, tante altre alimentano la confusione e lo smarrimento che questi tempi ci offrono. Ecco, se dovessi riassumerlo in una parola, quella sarebbe smarrimento: dettato dalla mia scarsa propensione all’economia, sicuramente, ma soprattutto dall’apparente insolvibilità della questione finanzia-sostenibilità. Grandi ingranaggi girano in un moto perpetuo, in cui il singolo non può nulla, eppure ci si ritrova a domandarsi: quale responsabilità ho come microbo finanziario, come instabile investitore?



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