Me l’aveva detto quel giorno di maggio 2025, al Salone del Libro di Torino, al firmacopie: “non è un libro normale; non leggerlo tutto d’un fiato, ma un capitolo alla volta, saltuariamente”. Inutile dire che non ho seguito il suo consiglio. Non potevo aspettarmi un libro lineare da un personaggio come Dimitris Lyacos, l’autore greco contemporaneo più famoso, sempre più citato tra i papabili al Nobel, che durante la kermesse torinese ha dato forma a una delle presentazioni più rocambolesche a cui abbia mai assistito.
Finché la vittima non sarà nostra (Il Saggiatore, 2025, traduzione di Viviana Sebastio) è un libro violento nella forma, che prende a pugni il lettore che si aspetta un tipo di scrittura ritmato e visibilmente ben organizzato. È un libro violento sulla violenza, enciclopedico e dettagliato nel raccontare quali forme di male l’essere umano ha ritenuto accettabili, quali ipocritamente ha deciso di non guardare in faccia e quali condannare per sentirsi meglio con se stesso.

Punto di forza e allo stesso tempo disturbante è la divisione in capitoli: sono racconti da prendere separatamente o si riconosce un pattern? Sforzarsi di fare la seconda cosa perdendo di vista la prima, toglie energie dal comprendere i 23 atti di questa opera teatrale. A un certo punto persino l’autore sembra sfondare la pagina, dando un consiglio diretto al lettore su come affrontare il suo libro: “non pensare che ti racconti le cose seguendo un ordine, ma tu cerca di prestare attenzione a ciò che può tornarti utile”. In una serie di diapositive, ad ogni clic di cambio capitolo ritmato dalle lettere dell’alfabeto, solitarie su un foglio bianco, mette in scena la violenza nelle sue molteplici forme: a volte più cruenta, altre più subdola, altre in forme ancora apparentemente innocue.
Così come consigliato, ho provato a districarmi tra gli stili narrativi sempre diversi, alle volte di stampo biblico, sinestetico, o meditativo, cinematografico, portandomi a casa qualcosa che può tornarmi utile di Finché la vittima non sarà nostra. Qualcosa può sembrare banale e contraddittorio, fino a che non lo si incide con l’inchiostro sulla pagina.

Mi porto a casa una grande illusione alla quale, come specie, ci piace credere: la violenza è un evento straordinario, non come nel mondo animale in cui è viscerale, ordinaria, pari ad altri istinti. Eppure sembra che la si impari molto in fretta, nell’istante in cui si viene al mondo, nel momento in cui “il martello del desiderio batterà sull’incudine del corpo”, che arma il braccio contro i propri fratelli e figli. Radicale e perbenista è pensare che abbiamo eliminato la violenza, imbrigliandola nella Legge, capillare, che non lascia margini all’illegalità. Se la Legge prevede ogni cosa, creando prigionieri consci e detentori del controllo totale sull’istinto, come si spiegano i genocidi, le violenze, le distruzioni, le prevaricazioni a cui assistiamo, come pubblico o come attori, quotidianamente? Chi lo afferma o prova a crederci sa di mentire al mondo, in primis a se stesso, creatore di un’utopia sanguinolenta.

Mi porto a casa la bugiarda verità secondo cui la violenza a volte è necessaria, nel gioco del carceriere e carcerato, del torturato e torturatore, in cui regole e ruoli sono accettati da tutti. È fondamentale ogni tanto dare sfogo a questo istinto, bisogna che la società abbia “un salasso per far calmare il sistema, per lubrificare il motore con un po’ di sangue”: in un The Purge che si fa realtà, la violenza che tanto si prova a tenere chiusa in un recinto, investe il quotidiano, affossandoci il giorno in cui siamo vittime, facendoci sentire terribilmente vivi in quello in cui si è carnefici.Si può compiere scientificamente del male, come in una catena di produzione di un macello o nella severa routine di un carcere. Massima programmazione per una dose di crudeltà accettabile: spersonificata, lontana dagli occhi in non luoghi fuori dalle città, tutto è più tollerabile.

Finché la vittima non sarà nostra è un affresco sanguinolento senza tempo, in cui passato, presente e futuro si mescolano in un’era che comunque si percepisce vicina, che sfiora chi legge l’opera di Lyacos. La crudeltà biblica dei primi capitoli si chiude e si perpetua negli ultimi in cui l’autore immagina nuove forme di violenza, in una società degli schermi in cui “non esiste il singolo individuo, che quanto ha dentro di sé verrà condiviso e ciascuno ne avrà una parte”. Le forme della nostra società mutano con lo scorrere del Tempo, si stratificano e ce ne dimentichiamo; le fondamenta su cui si basano restano sempre le stesse, solide e temprate dal sangue versato. Ciò che conta è che rimangano invisibili, a meno che non si voglia leggere questo libro: soccombere davanti al mostro che possiamo trovare di fronte a uno specchio non è concesso.



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