In prima fila, al suono della campanella sono già ai loro banchi, impazienti di iniziare la lezione e di aprire il testo scolastico. Mi piace immaginarli così: l’aranciato Donaldo dal ciuffo ribelle, Vladimiro dagli occhi di ghiaccio, Kim col suo simpatico sorrisetto; in seconda fila qualche futuro generale golpista centrafricano o ayatollah wannabe. Tutti con la loro copia de La scuola dei dittatori piena di appunti e post-it, desiderosi di apprendere dalla creatura letteraria di Ignazio Silone.
Leggendo questo dialogo politico, dalla forma e dalla trama curiose, opera minore nella produzione dello scrittore abruzzese (la ricerca nelle librerie è stata ardua) ho percepito un allarmante senso di prevedibilità in materia di autoritarismo. Qualcosa di vicino e di già vissuto, che non sembra così straordinario o relegato al passato; una sensazione di déjà-vu dittatoriale che anagraficamente sarebbe anche comprensibile aver dimenticato, ma che sicuramente non dovremmo sentire così vicina.

Primavera del 1939: mentre il tandem Duce-Führer strega i popoli affamati di riscatto e nazionalismo, una coppia di insoliti turisti americani giunge in Europa con un obiettivo ben preciso: imparare dal vecchio Continente i segreti per instaurare una dittatura, da replicare negli States. Dopo un lungo pellegrinaggio, dal Rubicone di Giulio Cesare a Les Invalides napoleonico, passando per piazza San Sepolcro a Milano, l’aspirante dittatore Mr Doppio Vu e il suo ideologo professor Pickup giungono in Svizzera, dove a dar loro lezioni sul funzionamento dei totalitarismi sarà Tommaso il Cinico, esule antifascista e aspirante saggista sull’arte di ingannare il prossimo. “La verità si impara dagli avversari”: così l’esule, probabile alter ego dello stesso autore (i due condividono l’esilio in Svizzera e l’antifascismo), sale in cattedra spiegando la ricetta per il dittatore perfetto, per la quale istinto, capacità di suggestione e indole rivoluzionaria di facciata, sono ingredienti più importanti della coerenza, della tecnica e dell’ideale.

L’idea di un’ipotetica marcia su Washington inavvertitamente strizza l’occhio all’assalto di Capitol Hill del 6 gennaio 2021; Mr Doppio Vu e il professor Pickup sembrano anticipare il rapporto tra il palazzinaro newyorkese, oggi inquilino della Casa Bianca, e il suo ex capo stratega Bannon: ironici punti di contatto col presente, che strappano però un sorriso macchiato d’amaro per la sua componente semiprofetica.
Forse l’elemento più sarcastico e desolante, che sarebbe potuto uscire dalle pagine di un quotidiano del presente, riguarda il ruolo delle opposizioni agli albori delle dittature. Tommaso il Cinico è sprezzante verso gli oppositori al fascismo, rei di aver lasciato praterie ai protopopulismi, troppo concentrati nelle lotte interne per minuzie e teoremi retorici: il campo largo, già allora sembrava cosa infattibile, da lasciare al mondo dell’agricoltura.

Silone torna spesso sulla retorica, mai concretizzata dai movimenti rivoluzionari, ben dosata e trasformata dai totalitarismi in eccitante per le masse. Quello che definisce “rivoluzionarismo parolaio” ha per decenni predicato un Sol dell’Avvenire che si è dimostrato pigro, in perenne attesa di sorgere, senza concretamente cambiare la vita del proletariato. Una bestia innocua, di vuote parole, tanto da non spaventare il fascismo quanto i riformisti sociali che “in quarant’anni di pacifica attività avevano creato una fitta rete di leghe, cooperative, istituzioni di assistenza e di credito”. Le opposizioni sono riuscite a farsi strappare la matrice socialista dai fascisti, autoproclamati “rivoluzionari contro la rivoluzione”, i quali hanno poi stravolto il senso di ogni cosa: basti pensare alla rivoluzione socialista promessa da Mussolini, che con un cambio repentino di rotta e un’apologia del capitalismo, è diventato subdolo corporativismo. Un sottosopra carnevalesco in cui borghesi e imprenditori si ritrovarono a sostenere un regime con una matrice (poi diluitasi) socialista; il popolo a sostenere la stessa dittatura che però difendeva maggiormente gli interessi dei grandi imprenditori.

Fin qui sembrerebbe che l’instaurazione di una dittatura sia imputabile solo e solamente alle opposizioni: non è così, gli ingredienti citati da Tommaso il Cinico sono molti altri.
Crisi dei poteri intermedi, insicurezza economica e perdita di spirito unitario sono tra i fattori che alimentano il centralismo, tanto caro alle tirannie. È nell’incertezza e nella delusione dei vecchi sistemi democratici che il popolo rischia di desiderare l’uomo forte al comando, nel quale si sublima una parte del popolo: “egli diventa il prodotto individualizzato d’un irresistibile bisogno collettivo”. La liturgia di massa è guidata da un pastore senza programmi, in cui la parola vuota, depotenziata, travisata, perennemente ritrattabile, diventa centrale nel dogma dell’infallibilità del dittatore.

Drammaticamente, leggendo la La scuola dei dittatori non si apprende nulla di nuovo; è tanto banale quanto reale affermare di poter riconoscere principi di cancro dittatoriale nel mondo contemporaneo; in alcuni casi, persino delle metastasi prossime all’incurabilità. Ciò che rimane è uno degli interrogativi finali di Mr Doppio Vu: “che cosa può abbatterle [le dittatura, ndr], se gli avversari sono inermi e i movimenti d’opinione impotenti?”. Se a oltre 80 anni dalla caduta dei principali regimi del Novecento, guardando fuori dalla finestra sul mondo, si rivedono alcune pagine di questo libro, allora la risposta è ancora uguale a quella data da Tommaso il Cinico: è una domanda alla quale l’esperienza non ha ancora dato una risposta. Il totalitarismo è un fenomeno recente, appena all’inizio del suo sviluppo”.



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