Come i fiocchi di neve, anche per le letture di un libro vale il teorema per il quale non ne esiste una identica all’altra: partecipare a un gruppo di lettura è la prova inconfutabile di questa regola aurea. Ciò che proverò a fare nei prossimi paragrafi sarà riassumere il punto di vista dei lettori che hanno partecipato al quarto incontro della seconda edizione del gruppo di lettura di Romanzoapranzo.
Al gruppo di lettura, inconsciamente forse appassiona parlare di libri divisivi: Lessico famigliaredi Natalia Ginzburg è una di quelle opere che fino alla fine il lettore non sa se difenderà dall’orda di chi non l’ha capito, elevandolo a libro del cuore, o se si arruolerà tra quelle fila pronte a demolirlo. Per un altro esempio, vedasi La nausea sartriana.
Lessico famigliareè il libro del troppo: troppo personale, troppo distaccato, troppo non detto, troppo torinese, troppo comune nel raccontare le vicende di una famiglia qualunque dell’Italia a cavallo delle due guerre mondiali. Eppure, proprio la cronaca di una famiglia qualunque è la cronaca della famiglia di ognuno: qui sta il potere immedesimante della romanzo-cronaca dell’autrice torinese.

La prima domanda che da lettori ci si pone è: sto leggendo un romanzo o una cronaca? A tratti potrebbe sembrare un romanzo storico, che racconta le vicende della famiglia ebraica torinese dei Levi-Tanzi: marito e moglie, cinque figli, tre maschi e due femmine, uno dei quali è proprio l’autrice Natalia Ginzburg. Altre volte si ha la sensazione di essere di fronte a una cronaca del primo Novecento, con un focus sugli anni del fascismo e del secondo conflitto mondiale. Ma se si scava nella pagina, se si rimuove la maschera della Ginzburg-autrice e si scopre la Natalia-persona, entrando in sintonia con le vicende dei suoi parenti e della costellazione di personalità che gravitano attorno a loro, sembrerà di ascoltare una di quelle storie che un nonno racconta ai nipoti: le storie e gli aneddoti dei Levi-Tanzi, che si innestano nel grande flusso della Storia.
Già dalle prime pagine, la seconda domanda: ma siamo sicuri che la centralità del plot fosse tra gli obiettivi della scrittrice torinese?

Che Lessico famigliare sia tutto tranne che un romanzo tramacentrico lo si capisce già dal titolo, e forse la vera forza di questo unicum nella produzione della Ginzburg risiede non tanto nella prima parola che lo lo compone, quanto nella seconda. La ripetizione dei giochi di parole, del lessico appunto, in un alternarsi di picchi e diluizioni emotive lungo l’arco narrativo a seconda della vicinanza dei personaggi, è un’idea insolita e sicuramente accattivante, ma può stancare la lettura ed essere motivo di abbandono di questo libro. Se si supera questa possibile barriera e ci si cala nel famigliare, allora inizia un viaggio diverso: è il lettore che scrive una sua personale versione del libro che, mai come in questo caso, una volta consegnato al pubblico dall’autrice, muta forma e sia adatta al cuore di colui che ne sfoglia le pagine. Se Natalia pilota silenziosamente il romanzo, il lettore è il copilota che sceglie quale rotta tracciare, quali punti della mappa della propria esistenza riconoscere nello specchio della pagina e delle dinamiche famigliari dei Levi-Tanzi.

C’è chi si è riconosciuto nel rapporto con un padre come Giuseppe Tanzi, presenza ingombrante, figura burbera, la cui parola d’ordine è disapprovazione. Un padre più autoritario che autorevole, la cui immagine caricaturale uscita dalla penna della Ginzburg è quella di un illustre scienziato votato alla razionalità ma soggiogato al pregiudizio, al luogo comune, soffocato dall’ansia del tempo che scorre e dei figli che crescono, sfuggendo al suo presunto controllo.
Altri hanno riconosciuto qualcosa nella figura di Lidia Tanzi, madre a tratti ingenua e frivola, che si dimostra molto moderna per i suoi tempi: lei è il collante della famiglia, che tiene i pezzi insieme anche quando ormai ognuno ha preso la propria strada.Molti hanno sentito anche una certa geografia familiare: il gruppo di lettura, torinese, ha vissuto con una maggiore vicinanza le vicende raccontate, riconoscendosi non solo nei luoghi (ironia della sorte: il gruppo solitamente si incontra poco lontano da dove visse l’autrice) ma anche nel sentire quei luoghi da parte dei protagonisti. Gli spazi hanno importanza affettiva, c’è bisogno di nominarli, di fissarli nella pagina: facendolo, involontariamente la Ginzburg si rivolge a un lettore geograficamente consapevole, o almeno sensibile al contesto storico e alla città.

Torino come sfondo, le vicende famigliari al centro, i personaggi illustri depotenziati a persone comuni come cornice (un goffo Adriano Olivetti, lo scherzoso Cesare Pavese, l’orso Filipet, Filippo Turati): in tutto questo dove si colloca Natalia Ginzburg?
Il personale della Ginzburg è, per scelta, quasi assente, risultando molto distaccata dai genitori come dal marito e dalla sua fine. Possiamo immaginarla ma non possiamo vederla in faccia: ci si aspettava un qualcosa in più su di lei, eppure questo silenzio dice tanto. Diventata una macchina da presa che inquadra unicamente la famiglia, non mancano fotogrammi, rarissimi, in cui si espone emotivamente, soprattutto quando accenna alla sua parentesi di libertà a Roma e ai suoi figli. Forse preferisce concentrarsi sul racconto di un’esistenza, col senno di poi, tutto sommato fortunata (a pensarci la sua famiglia, ebraica, scampa miracolosamente alle rappresaglie; nessun membro vicino viene deportato e ucciso. Inoltre, non emerge un racconto della guerra di violenza e difficoltà insormontabili), chiudendo il dolore degli unici atti tragici del romanzo in pochissime righe: il suicidio di Pavese e la morte misteriosa del marito, Leone Ginzburg, per motivi politici.

Lessico famigliare si conferma un libro che divide proprio perché rifiuta di guidare il lettore su un percorso prestabilito, chiedendogli invece una partecipazione attiva e personale. La sua natura camaleontica è emersa con forza nel gruppo di lettura, in forme sospese tra distanza e riconoscimento: un libro vivo, in perenne mutamento, in continua discussione con se stesso. In questa sensazione sta la sua eredità migliore.
Autodeclassato molto volentieri a braccio scrivente, ringrazio le menti di questi paragrafi: Alessandro, Carlotta, Elisabetta, Erika, Federico, Gaia, Matteo, Martina, Serena, Virginia



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