La lettura è qualcosa di straordinario, e fin qui nulla di nuovo esce dalla tastiera di un bibliofilo: Romanzoapranzo non esisterebbe se credessi il contrario. Sentimentalismi a parte sulle proprietà immaginifiche della parola e sul potere di immedesimazione nascosto tra le righe: leggere è scientificamente qualcosa di straordinario, un processo cognitivo per il quale la nostra specie non è stata progettata biologicamente per compierlo. Come è straordinario Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf, neuroscienziata cognitivista specializzata nello studio della lettura, che è riuscito in due miracoli: far commuovere davanti alla scienza e appassionare un umanista a quella che si cela biologicamente dietro alla lettura.
Sicuramente per molti, soprattutto per i più appassionati di scienza e cervello, quello che scriverò sarà un bel minestrone di semplificazioni e ovvietà: per me questa lettura è rappresentabile con uno pseudo meme di cui sotto:

La prima rivelazione mistica: non siamo nati per leggere, e mi scuseranno i lodevoli progetti di promozione della lettura che portano questo nome e che come risarcimento volentieri linkerò qui. La lettura infatti non è una questione genetica, non esistono i geni preposti alla lettura, mentre invece esistono quelli che ci permettono di vedere e parlare: si tratta di un atto comportamentale relativamente giovane nella storia dell’evoluzione umana, che sfrutta la capacità riorganizzativa del cervello e vie neuronali preesistenti. Secondo il neuroscienziato Stanislas Dehaene, la capacità di riconoscere le parole usa gli stessi circuiti nervosi che i nostri antenati usavano solamente per riconoscere gli oggetti o per “distinguere a colpo d’occhio predatore e preda”. Di fatto ricicliamo una struttura per una nuova funzione, che attiva in pochissime frazioni di secondo numerosi processi cognitivi e aree del cervello: in 500 millisecondi, tempo stimato che passa dalla visione alla comprensione della parola, si innescano quasi simultaneamente processi visivi, uditivi, linguistici, mnemonici.

Ma quando questa macchina mastodontica si mette in moto? Insomma: quando impariamo a leggere? Alla nostra specie sono voluti circa due millenni di progressi cognitivi per inventare e leggere un alfabeto, oggi i bambini lo fanno in circa duemila giorni: tra i cinque e sette anni, infatti, gli assoni dei neuroni delle regioni cerebrali coinvolte nella lettura sono completamente mielinizzati, ovvero ricoperti dalla sostanza conduttrice migliore che si abbia in natura, la mielina. Alcuni studi ipotizzano che tale processo sia più lento nei bambini rispetto che nelle bambine, con una conseguente maggiore lentezza nell’apprendimento della lettura tra i maschi: che sia questa la risposta scientifica al gender gap tra lettrici e lettori?
La lettura, però, non comincia dalla scuola primaria, ma già dai primi mesi di vita: si parla infatti di alfabetizzazione precoce già tra le braccia dei genitori, quando questi leggono ad alta voce una favola. Anche se non è in grado di comprendere ciò che viene letto, il bambino è già immerso totalmente in suoni, immagini e parole: a sei mesi il sistema visivo è pienamente sviluppato, questo espone il baby lettore a un’infinità di stimoli visivi. Un gesto semplice come tenerlo in braccio mentre si legge qualcosa, innescherà un’associazione tra l’atto del leggere e la sensazione di essere amato: una descrizione, quella della Wolf, che ha fatto bagnare le pagine di calde lacrime letterarie. Più si parla al bambino più capisce la lingua parlata; più gli si legge, più comprenderà i fenomeni linguistici che incontrerà e più si arricchirà il suo lessico.

Se l’apprendimento della lettura avverrà senza difficoltà (molto interessante ma anche estremamente tecnico è la terza parte del libro, Quando il cervello non riesce a imparare a leggere), non si tratterà più solo di una corretta ricezione di informazioni e leggere diventerà una palestra d’amore, dove questo si esprime uscendo da sé e immedesimandosi nell’altro, senza secondi fini, senza pensare a cosa quel personaggio/persona può dare in cambio. E sempre di amore, di una storia d’amore, si parla rispetto al rapporto lettore-lettura; una relazione piacevolmente instabile, che muta nel tempo, nella quale l’apporto del primo è sempre più impattante nell’esperienza della seconda:
“Maturando, apportiamo al testo non solo l’esperienza nell’elaborazione dei vocaboli [..], ma l’impatto delle nostre esperienze di vita: amori, lutti, gioie, dispiaceri, successi e insuccessi”. La nostra relazione interpretativa a ciò che leggiamo va in profondità, portandoci, il più delle volte, altrove rispetto a dove l’autore ci aveva lasciato”.

Secondo l’autrice, se questa love story si innescherà o meno è molto influenzata dagli aspetti socio-economici delle famiglie in cui cresce il lettore in divenire. Due variabili queste, che impattano sulle capacità linguistiche e di lettura dei bambini: diversi studi hanno evidenziato come un bambino cresciuto in un ambiente linguisticamente povero abbia ascoltato 32 milioni di parole in meno rispetto a un bambino del ceto medio. È questo uno dei pochi punti del lavoro della Wolf che mi ha fatto scuotere la testa: la difficoltà economica è un alibi che scricchiola molto. Certo, una famiglia media o povera non ha le possibilità economiche per riempire la casa di libri, visti anche i prezzi medi del mercato editoriale, ma si potrebbe comunque aprire una parentesi sul potere di scelta d’acquisto (ognuno spende i soldi come vuole, volendo) e sul fatto che esistano le biblioteche che forniscono gratuitamente i libri. Mi rendo però anche conto di essere privilegiato e toccato nel vivo appartenendo alla rigidissima categoria dei bibliotecari. Se però la lettura è prima di tutto un gesto d’amore, un modo per dedicare del tempo al bambino, può darsi che il problema alla base della povertà linguistica sia una globale povertà relazionale. Per questo vacilla la tesi citata sopra: da diversi anni intendo la lettura come una fatica nel più alto senso del termine, come qualcosa a cui dedicarsi quotidianamente, per cui combattere pur di strappare un attimo nel quale concentrarsi su una pagina. Forse allora non siamo più inclini alla fatica, neanche a quella di prenderci cura di coloro a cui vogliamo bene, e la non-lettura è solo l’ennesima dimostrazione.

Era molto tempo che non mi capitava, durante una lettura, di sottolineare assiduamente tante frasi come nel caso di Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge: tanto ha illuminato sugli aspetti scientifici di questo prodigio evolutivo, quanto ha creato collegamenti e nuovi interrogativi sul perché non riesca a fare a meno ogni giorno di aprire un libro. Insomma una vera e propria lettura generativa che, come solo le migliori sanno essere, non si esaurisce nelle sue trecento pagine.



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