Voto da quasi dieci anni e ho collezionato circa una dozzina di elezioni, fra europee, regionali, amministrative, politiche e referendum vari. A ogni appuntamento elettorale, tra il marasma di #iovoto e #votareèundovere, accompagnati da foto di tessere elettorali blurrate per mantenere un anonimato ormai spiattellato ai quattro venti dei social, nel mio feed appare sempre la storia di qualcuno che, impegnato come scrutatore, si porta dietro La giornata d’uno scrutatore di Italo Calvino. Esibizionismo gratuito e (radical) chic o esercizio di stile di chi abbina la giusta lettura a ogni occasione? Mosso dalla curiosità, ho preso in mano questo breve racconto di uno degli autori più eclettici del Novecento italiano, e ho capito perchè è importante e per chi dovrebbe esserlo: sia per coloro che pensano che il voto sia inutile, sia per quelli che sentono legittimati a pensare che il loro valga moralmente più di altri.

Amerigo Ormea è un appassionato comunista, chiamato nel 1953 a svolgere l’onore è l’onere di scrutatore in un feudo democristiano: l’istituto di carità “Cottolengo” di Torino. In ballo una legge elettorale che assegnerebbe i due terzi dei seggi parlamentari a chi avesse preso il cinquanta percento più uno dei voti. Amerigo, sebbene tema la strumentalizzazione da parte del clero degli ospiti bisognosi della struttura, non riesce a non essere entusiasta di partecipare al gesto democratico per antonomasia. Sono pagine, soprattutto le prime, di pura poetica della democrazia, di elogio della semplicità di un gesto, quello di una matita che traccia una croce su un pezzo di carta, carico di simbolo e significato, elevato a laica liturgia: “per trasformare una stanza in sezione elettorale […] bastano poche suppellettili”, così “la democrazia si presentava ai cittadini sotto queste spoglie dimesse, grigie, disadorne”.
C’è un’elettrica speranza, un magnetico senso di appartenenza a qualcosa, un rigonfiamento del petto, quando si attraversano queste pagine: solo queste valgono più di mille proclami alla televisione e richiami al voto da ogni parte politica. Quanto sono scarsi gli spot di Mamma Rai alla vigilia di ogni appuntamento elettorale, di fronte all’ardore timido ma profondo di Calvino che scrive:
“Pensava al paradosso d’essere lì insieme, i credenti nell’ordine divino, nell’autorità che non proviene da questa terra, e i compagni suoi, ben coscienti dell’inganno borghese di tutta la baracca: insomma, due razze di gente che alle regole della democrazia avrebbero dovuto dargli poco affidamento, eppure sicuri gli uni e gli altri d’esserne i più gelosi tutori, d’incarnarne la sostanza stessa”.

Fino a qui, La giornata d’uno scrutatore è ciò che dovrebbe convincere ogni astenuto a tornare alle urne, ciò che dovrebbe accendere nuovamente dentro di lui il sacro fuoco della partecipazione alla vita politica del Paese. Una dimensione universale, che mette d’accordo tutti certo, a destra e a sinistra, però…: il dubbio si insinua anche tra i più apparentemente retti di spirito, come il paladino della democrazia Amerigo sembra finora. All’arrivo dei primi votanti, preti, suore, degenti, non è più convinto che il suffragio universale sia la scelta migliore del mondo: alzi la mano chi non ha mai pronunciato la frase il mio voto vale più degli altri perchè sono un cittadino consapevole o dovrebbero creare un patentino per votare, supponendo ovviamente di essere già portatori di questo titolo, e scagli la prima tessera elettorale. Frasi che ho sentito pronunciare più da chi si professa progressista e difensore della democrazia, e che negli ultimi anni prende batoste elettorali senza riconoscere errori.

Amerigo Ormea non è cieco al sistema di voto clientelare in atto al Cottolengo, alla manipolazione degli ultimi, illusi ancora una volta dalla politica: lo disgusta, eppure non riesce a provare un insensato ribrezzo verso coloro che lo subiscono, come se avessero possibilità di agire diversamente. L’arrivo di un onorevole democristiano, in passerella elettorale, l’aria dei “re e potenti quando hanno finito di dar ordini e vedono il mondo che gira da solo”, però, lo mette di fronte a uno specchio. Non sono poi tanto diversi loro due: entrambi appartengono alla politica, entrambi disprezzano il Cottolengo ma ne hanno bisogno, chi come bacino di consenso, chi come prova di una certa superiorità morale. In alcuni istanti di questo stallo sorrentiniano (nani prostrati, beghine tremanti, stacco, come direbbe il regista crozzizzato, suore che spazzano il cortile dell’ospedale), paradossalmente ho apprezzato di più l’uomo politico del militante: mi è sembrato drammaticamente più autentico nel suo cinismo, mai alla ricerca di un riparo idealistico dietro il quale nascondere il proprio reale pensiero.

La giornata d’uno scrutatore può apparire come un libro innocuo, per volume di pagine e per tema pseudo-comico che si può erroneamente dedurre dal contesto, quello politico-elettorale, ormai ridotto a satira, spesso anche dalla stessa classe politica. Eppure Italo Calvino ha creato un’opera monumentale e complessa, una fatica decennale, nella scrittura (non sempre facile) quanto nei messaggi che questa veicola. Una lettura che esorta a considerare gli ultimi della società, a rispettarli e a non strumentalizzarli: un invito che sento rivolto non solo a chi si autocelebra come moralmente superiore, ma anche a chi ha fatto del populismo un virus che ogni giorno di più sembra difficile da sradicare ma contro il quale non ci si può arrendere.



Lascia un commento