Come i fiocchi di neve, anche per le letture di un libro vale il teorema per il quale non ne esiste una identica all’altra: partecipare a un gruppo di lettura è la prova inconfutabile di questa regola aurea. Ciò che proverò a fare nei prossimi paragrafi sarà riassumere il punto di vista dei lettori che hanno partecipato all’ottavo, e ultimo incontro, della seconda edizione del gruppo di lettura di Romanzoapranzo.
La lotta partigiana, fin dal primissimo dopoguerra, è stata raccontata in ogni forma: più autentica e aspra nella memorialistica, verosimile e mitizzata nella forma romanzo, aulica e ridotta all’essenza di suoni e sentimenti nella poesia. Se molti si sono avvicinati al romanzo della Resistenza a carriera avviata, Italo Calvino ha legato la lotta partigiana al suo esordio letterario con Il Sentiero dei nidi di ragno, pubblicato da Einaudi nel 1947, a soli 24 anni: un’opera prima insolita e unica per forma, punto di vista e immagine che ne esce dei combattenti per la libertà. Il gruppo di lettura, tutto, si è trovato davanti a un ritratto non sempre edificante (non che fosse questo l’intento dell’autore, anch’egli combattente) e senza macchia dei partigiani, figlio di uno sguardo che valica le dinamiche di parte degli adulti e guarda le persone, e le loro contraddizioni, senza assoluzioni.

Una domanda è emersa nell’incontro: come ci approcciamo agli esordienti in fatto di libri? La prima volta, come tutte, non si scorda mai, ma per coloro i quali si sono cimentati nella scrittura ciò che rimane del proprio esordio letterario è la paura della ripetizione e di avere poco da dire. Lo stesso Calvino, nell’interessante prefazione del 1964 di una nuova edizione dell’opera (vale quasi avere il libro nella propria libreria solo per queste ventitre dense pagine) ragiona su questo timore: “forse, in fondo, il primo libro è il solo che conta, […] di lì in poi i giochi son fatti, non tornerai che a fare il verso agli altri o a te stesso”.
Da lettori di fronte a un’esordiente, vince invece una certa impermeabilità al pedigree dell’autore, a ciò che esula della trama: onori attribuiti dalla critica, numero di pubblicazioni, contesto nel quale l’opera viene scritta, tutto è ininfluente davanti al predominio della trama, dell’hic et nunc della storia. Lo stesso è valso quando ci siamo trovati davanti a un mostro sacro della letteratura italiana come Calvino.

Riviera di Ponente post 8 settembre; una voce corre per le vie di Sanremo: è quella di Pin, bambino di dieci anni protagonista de Il sentiero dei nidi di ragno. Amato e mal sopportato dagli adulti del paese (anche da una parte del gruppo di lettura), preso in giro per le compagnie tedesche della sorella, Pin cerca continuamente l’approvazione degli adulti, tanto da spingersi a una prova di coraggio estrema: sottrarre una pistola a un ufficiale tedesco mentre questo dorme con la sorella. Un gesto sottovalutato, estraneo nella sua mente a qualsiasi dinamica politica e di resistenza, che però lo condannerà al carcere: dietro le sbarre toccherà con mano la violenza cruda degli adulti, ma conoscerà anche il valore della tenacia. Aiutato da Lupo Rosso, resistente di lunga data, riesce a evadere e a unirsi alla brigata partigiana più improvvisata che ci fosse, crogiolo di tutti i difetti del genere umano. Dritto, Pelle, Carabiniere, Mancino, Berretta di Legno, soprannomi bizzarri e tutto fuorché eroici: sono gli ultimi della piramide sociale, in balìa degli eventi storici più che protagonisti consci e attivi. Come tutti gli adulti, loro più che altri, Pin non riesce a comprenderli; le sue osservazioni li mette a nudo di fronte al lettore e a se stessi: gelosia, sesso, violenza, vendetta, rassegnazione, sono questioni a cui non sa dare un perché, ma che lo sfiorano nel quotidiano della baracca in mezzo ai boschi in cui quei relitti umani si rifugiano, attendendo di essere, almeno una volta, protagonisti della Storia e delle loro stesse vite.

Quando lo sguardo si alza dall’ultima pagina de Il sentiero dei nidi di ragno e arriva quell’istante infinito in cui si stila un rapido e viscerale bilancio di lettura, questo non può non essere influenzato da una variabile importante: avere o meno letto già qualcosa di Italo Calvino. Chi ha incontrato Cosimo Piovasco di Rondò (Il barone rampante), Marcovaldo o il visconte (dimezzato), dal racconto di Pin si aspettava un po’ di realismo magico; chi non ha mai conosciuto queste persone o altre uscite dalla penna calviniana, questo romanzo risulta semplice nella struttura, tutto appare troppo esplicitato e a misura di bambino.
A misura di bambino, raccontato da un bambino: è proprio questo il potenziale di questo libro travolgente nella sua forma semplice, fatta di riduzioni spiazzanti a cui non si riesce a dare un nome. Un modo di vedere il mondo che si perde crescendo, ormai relegato agli anni dell’infanzia: è proprio il divario anagrafico tra chi legge e chi racconta a disorientare.

Dove non arriva Pin con il suo sguardo fresco, scende in campo l’autore, completando e complicando, mai in accezione negativa, il pensiero. È nel monologo di Kim, comandante dei partigiani è aspirante psichiatra (oltre che persona a cui è dedicato il libro, ndr) che Calvino riporta la barra dritta nella narrazione, rendendola ragionata e articolata. L’autore, per mezzo del suo alter ego, traccia un affresco sociale sul rapporto tra essere umano e conflitto, su ciò che muove due parti a scontrarsi fino all’ultimo sangue: il furore che muove i partigiani è lo stesso dei repubblichini; ognuno di loro combatte per qualcosa che ritiene più giusto dell’altro.
“Qui si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. […] C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. […] Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione”.

Qui sta la grandezza di Kim, qui la lucidità sconvolgente di Calvino che, seppur da combattente abbia provato sulla propria pelle il furore della battaglia, ma soprattutto abbia sperimentato anche la vittoria, non rimuove il sangue dal suo ricordo, né di una parte né dell’altra. Non c’è eroicizzazione della lotta armata né mitizzazione della violenza, ma consapevolezza della barbarie che la guerra, più o meno giusta che sia, anche se finalizzata a ottenere un futuro migliore, porta con sé. Forse questo aspetto rende Il sentiero dei nidi di ragno il ritratto più compassionevole, concreto e per questo più complesso della Resistenza.
Autodeclassato molto volentieri a braccio scrivente, ringrazio le menti di questi paragrafi: Alberto, Elisabetta, Federico, Martina, Miriam, Virginia.





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