Ciò che un libro può nascondere

Come i fiocchi di neve, anche per le letture di un libro vale il teorema per il quale non ne esiste una identica all’altra: partecipare a un gruppo di lettura è la prova inconfutabile di questa regola aurea. Ciò che proverò a fare nei prossimi paragrafi sarà riassumere il punto di vista dei lettori che hanno partecipato al quarto incontro del gruppo di lettura di Romanzoapranzo.

Immagina di essere in una bancarella di libri usati e poter leggere sì una storia dimenticata da tempo, ma anche rivivere, attraverso le sue sottolineature, le pieghe, qualche traccia d’inchiostro, la vita del suo passato proprietario. Il libro non è solamente la storia che racconta, un mezzo eccezionale per evadere o uno strumento per riflettere: se si fa un passo indietro e si torna a un livello superficiale di analisi dell’oggetto libro, si possono immaginare o scoprire, se il testimone ne lascia traccia, una rete di relazioni interessanti tanto quanto l’opera contenuta al suo interno. Proprio un libro è il protagonista de Tra le pagine di Hugo Hamilton, un viaggio libraio-emotivo che ha provato a mettere in relazione epoche e persone lontane tra loro. Il risultato non è stato, purtroppo, del tutto convincente.

La ribellione di Joseph Roth è un sopravvissuto al Bücherverbrennungen, il rogo di libri operato dai nazisti durante il quale, nella notte del 10 maggio 1933, vennero distrutti 25mila libri ritenuti pericolosi. Non è portatore solo della storia del suonatore di organetto e reduce di guerra Andreas Pum, ma anche di un enigma: un misterioso disegno, una mappa per un luogo sconosciuto. È sua, del libro, la prima voce narrante del romanzo di Hamilton: un punto di vista insolito e originale che però, con il procedere della narrazione, si perderà in un groviglio di nuovi attori. Lena, la sua proprietaria, è a Berlino per scoprire dove si trova il luogo disegnato sul libro, arrivato a lei tramite suo padre e suo nonno, quest’ultimo allievo del professor David Glückstein, ebreo perseguitato durante il Terzo Reich. Personaggio, autore, passati possessori e lettore presente si alternano, in un esperimento che confonde il lettore (quello che ha in mano il libro di Hamilton, si intende), il quale ogni tanto deve raccapezzarsi su chi o cosa stia parlando in quel determinato momento.

Pattern ricorrenti ce ne sono ma appaiono forzati, come se l’autore cercasse di tenere insieme con lo spago i pezzi del suo libro. Come La ribellione, anche Lena e Armin, giovane profugo ceceno con cui la prima avrà un’inspiegabile liaison, sono stati affidati a qualcuno per essere salvati. Andreas Pum condivide con Madina, sorella di Armin, l’amputazione di una gamba: anche il libro viene amputato di una pagina, di ritorno a Berlino. Odio e violenza travalicano i confini temporali, unendo i vari protagonisti e sconfiggendo sempre i buoni, così come anche l’amore: si possono infatti seguire le storie non solo di Lena e Armin, ma anche l’amore giovanile tra il professor Glückstein e la sua Angela o la commovente storia tra Joseph Roth e sua moglie Friederike Reichler. Il loro è stato un amore struggente, figlio dei suoi tempi: lei costretta a seguire il marito per lavoro, nonostante il bisogno di stabilità; lui, spesso lontano da lei, la cerca nei personaggi femminili che crea, mentre nella realtà gli sfugge, piombata nella pazzia. Un epilogo tragico li accomuna: Joseph morirà a Parigi nel 1940, a soli 43 anni, in preda a delirio tremens; Friedl, internata in un manicomio per anni e trasferita poi nel castello-lager di Schloss Hartheim, fu una delle vittime del Programma T4 dei nazisti, che mirava a eliminare tutte le persone con malattie genetiche o disturbi mentali. 

Salvo i tratti fin qui citati, Tra le pagine risulta un’idea brillante poco sviluppata, forse troppo, in troppe direzioni: un brainstorming di cose di cui Hamilton voleva parlare ma evolutosi poco, o comunque non nella direzione che il lettore si aspetta dai primi paragrafi. Non aiuta poi un finale accelerato e confusionario, condito da un’inspiegabile punta di imbarazzo. La scrittura è invece buona, con stoccate di lirismo e poesia che colpiscono nel profondo chi ama visceralmente i libri: seppure spesso fine a se stessi, sono proprio queste a mettere in scena il legame che si instaura tra lettore e libro. Si tratta di una connessione talmente forte che si possono manifestare due tendenze di comportamento, diametralmente opposte. La paura che non venga compreso ciò che un libro trasmette o che venga minimizzato, depotenziato, il proprio trasporto, porta il lettore a vivere la lettura in una dimensione interiore. Oppure, la voglia di condividere lo stupore e la bellezza di ciò che si sta leggendo, lo fanno diventare un simpatico logorroico, capace di parlare per ore di quanto si riveda in un personaggio, o di quanto quella lettura sia capace di mettere ordine dentro alla mente. Anche se è più facile trovare persone a cui non frega nulla dei libri, questo non frena nel parlare delle proprie letture: è un’esperienza che rimane in primis al lettore che, come in una bolla, non si accorge del mondo esterno.

Come sempre autodeclassato volentieri a braccio scrivente, ringrazio le menti di questi paragrafi: Alessandro, Carlotta, Davide, Lucia, Martina, Silvana.

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