Come i fiocchi di neve, anche per le letture di un libro vale il teorema per il quale non ne esiste una identica all’altra: partecipare a un gruppo di lettura è la prova inconfutabile di questa regola aurea. Ciò che proverò a fare nei prossimi paragrafi sarà riassumere il punto di vista dei lettori che hanno partecipato al settimo incontro della seconda edizione del gruppo di lettura di Romanzoapranzo.
Parlare di Iran è complesso, non solo negli ultimi folli mesi: un fitto ginepraio che si allarga inesorabilmente se si volge lo sguardo al passato, agli albori della repubblica islamica. Ginepraio che si espande ancor di più grazie a una produzione letteraria ampia, che abbraccia sia la narrativa che la saggistica; voci e posizioni anche contraddittorie che alle volte sono state acclamate dalla critica, altre volte meno: per un esempio del secondo caso, rimando all’esperienza del gruppo di lettura con Leggere Lolita a Teheran.
Ho sempre difeso il valore della complessità della lettura nello spazio di Romanzoapranzo, che nella forma del libro, inteso proprio come oggetto materiale, si traduce in note, prefazioni, periodi lunghi, strutture narrative ampie incardinate tra loro. Se la complessità è un valore e parlare di Iran è complesso, Persepolis di Marjane Satrapi (scomparsa prematuramente il 4 giugno), il primo graphic novel iraniano mai pubblicato, un libro con le immagini (genere che si supera verso i dodici anni, direbbe qualcuno, e quel qualcuno alle volte sono stato anche io), può davvero competere con le grandi e illustri voci che hanno parlato del regime iraniano? La risposta è sì, anche perché: chi l’ha detto che il graphic novel non può essere alto, di qualità?

Persepolis è stata una prima volta per il gruppo di lettura; mai avevamo sperimentato questa forma d’espressione letteraria, sebbene molti dei partecipanti siano più che svezzati al genere con le nuvolette. Per alcuni una lettura piacevole e quotidiana, più dei romanzi, con il dono della semplificazione; per tutti un genere con una propria dignità, ormai sdoganato, che può vivere autonomamente ed essere in grado di parlare a tutti, di tutto. Ciò che affascina non è solo il tratto dell’autore, così centrale nell’esperienza di lettura da spingere, alle volte, la scelta di una lettura prima ancora del plot, ma la soluzione grafica, vale a dire come viene utilizzato il disegno per comunicare certi aspetti della trama. Uno zoom out, una sequenza di immagini, un punto di vista insolito, possono concorrere a trasmettere le sensazioni più profonde e intense di una narrazione, meglio della forma scritta.Se alcuni neofiti del genere hanno trovato interessante affrontarlo e ne hanno apprezzato il carattere, altri hanno fatto fatica a coniugare disegno e parte testuale, lì dove il primo è stato percepito come un appesantimento della narrazione, il secondo come aspetto secondario alla parte scritta.

Linee dolci, così spontanee da non necessitare di altri colori se non il bianco e il nero, in netta contrapposizione con la rigidità e la complessità assurda del regime e dei suoi dettami. Il nero: il colore dei chador per le vie di Teheran. Linee spensierate, fanciullesche, di chi non capisce a fondo ciò che sta accadendo perché troppo impegnato a godersi gli anni più belli. Gli anni più belli: quelli durante i quali Marjane Satrapi vede sorgere il regime degli ayatollah a fine anni Settanta.
Persepolis è un graphic novel autobiografico, un punto di vista dissidente fin dalle prime strisce. Figlia di borghesi di sinistra e fortemente contraria al regime dello Scià, vive in presa diretta la rivoluzione islamica del 1979 e i radicali cambiamenti che questa porta nel suo quotidiano di giovane donna iraniana. Il fondamentalismo islamico le sta stretto, non ne comprende le regole assurde e prova, assieme ad altri coetanei, a vivere una vita normale, nonostante fuori di casa imperversi l’oppressione e la guerra (quella tra Iran e Iraq, ndr). Proprio il conflitto convincerà i genitori di Marjane, quattordicenne, a mandarla a studiare in Austria, lontana dalle bombe.

Inizia una nuova vita per l’autrice, e con questo capitolo una questione ricorrente in tutto Persepolis: la ricerca delle radici. Prima prova a nasconderle, poi emergono e diventano l’unica certezza a cui aggrapparsi in Europa. Eppure, quando quattro anni dopo ritorna in Iran, si sente estranea a quel posto così familiare: non appartiene più a nessun mondo; una condizione che condivide con tutte le storie di emigrazione e di ritorni. Eppure proprio perdere le radici è essenziale per farle capire l’importanza delle stesse: diventa consapevole di ciò che è solo all’epilogo dell’opera, quando è costretta a ripartire nuovamente.
Chi ha capito di essere Marjane Satrapi?Ha capito di essere in primis una donna in un mondo di uomini, poi di essere una donna, iraniana come a dire: il problema non è il rapporto uomo-donna in Iran, ma il rapporto tra uomo e donna in generale. La questione femminile scorre in ogni pagina di Persepolis, forse addirittura più della questione politica iraniana, sebbene ovviamente siano strettamente connesse tra loro: il regime c’è, ovviamente, ed è brutale, ma si mostra in maniera parziale, o comunque non come un lettore occidentale si aspetterebbe venisse rappresentato. Forse perché filtrato dalla visione di un’adolescente, forse perché non era questo il primo intento dell’autrice.

C’è una dimensione individuale, che non ha per forza carattere negativo ma che ha fatto riflettere molto. La Marjane Satrapi che emerge da Persepolis è una donna combattiva, che ha voluto raccontare sé stessa non con l’intento di ergersi a esempio universale, voce tra le voci mute dell’Iran femminile, ma per un bisogno di descrivere e un’evoluzione personale, per mettere nero su bianco un cambiamento avvenuto e renderlo più tangibile. Tutto diventa, narrativamente parlando, funzionale al racconto della metamorfosi: il matrimonio e il divorzio, il viaggio come riscoperta di sé, la partenza come rinascita. Anche il confronto con le coetanee: non voleva essere come tutte loro, voleva essere diversa.
Su questo, la parte femminile del gruppo di lettura, soprattutto, ha a lungo dibattuto, decretando che la protagonista dell’opera non è, cito, una girls girl: una donna che lotta non a beneficio delle altre donne ma per sé stessa. Non è certo contro le donne iraniane, però appare più una “femminista per sé”. Il vero quesito del tavolo resta un altro: esiste una femminista per le femministe? La letteratura, la politica, la fiction, sono piene di donne che hanno lottato per la loro di libertà e, senza saperlo sono diventate esempi e simboli per generazioni di giovani donne. Forse la Marjane Satrapi è una di queste e non ha saputo di esserlo stata: per fortuna ci penseranno le sue opere a ricordare il suo esempio.
Autodeclassato molto volentieri a braccio scrivente, ringrazio le menti di questi paragrafi: Alessandro, Carola, Elisabetta, Erika, Martina, Miriam, Serena, Valerio, Virginia.



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