Come i fiocchi di neve, anche per le letture di un libro vale il teorema per il quale non ne esiste una identica all’altra: partecipare a un gruppo di lettura è la prova inconfutabile di questa regola aurea. Ciò che proverò a fare nei prossimi paragrafi sarà riassumere il punto di vista dei lettori che hanno partecipato al sesto incontro della seconda edizione del gruppo di lettura di Romanzoapranzo.
Questo blog ha accolto più volte storie di personaggi realmente esistiti; ciò che mi ha sempre spinto ad aprire pagine di questo tipo è stata la curiosità di vedere, anche solo accennata, la persona dietro il personaggio: per rimanere nelle letture del gruppo di lettura, esemplare è stato il caso di Lessico famigliare. Anche Drovetti l’Egizio. L’avventurosa vita del collezionista alle origini del Museo Egizio di Torino di Giorgio Caponetti si può annoverare tra quelle letture che fanno sbirciare un po’ nel privato della Storia affrescando, in questo caso, più il ritratto di Bernardino che non quello dell’illustre collezionista Drovetti. Questo genere di libri, non solo quelli di Caponetti, hanno un limite, o meglio, un’avvertenza da tenere in considerazione: sono veritieri, non verità; sono ispirati a fatti storici, non sono il resoconto effettivo dei dialoghi e delle emozioni provate dai protagonisti. Tenuto a mente questo principio, si è pronti a fare rotta verso l’Egitto, tra antichi reperti, giochi diplomatici, scoprendo vizi e virtù del Drovetti all’ombra delle piramidi de Il Cairo.

Il protagonista di questo libro è un giovane borghese provinciale, suddito del re di Sardegna, folgorato dall’ideale napoleonico. Drovetti si unirà infatti al condottiero francese, scalando rapidamente i vertici dell’esercito e della società napoleonica: attendente di Gioacchino Murat (a cui salverà la vita a Marengo e guadagnando così la sua eterna stima), a 25 anni capo di stato maggiore dell’Armée d’Italie e poi giudice militare al tribunale militare di Torino. Una carriera impensabile a quell’età, se traslata al presente, in cui la fase scolastica e quindi di inevitabile acerba inesperienza, non sembra finire mai: Bernardino è il parvenu napoleonico per eccellenza.
La svolta un anno dopo, nel 1806, con la nomina a viceconsole ad Alessandria d’Egitto: le porte della carriera diplomatica gli si aprono, e con esse l’affascinante e lontanissima cultura, di ieri e di oggi, della terra dei faraoni. Una sfida per nulla semplice, non solo a livello personale (se già oggi tra Europa e vicino Oriente sembrano esserci grandi differenze, a inizio Ottocento queste due realtà geografiche dovevano sembrare due mondi completamente diversi), ma anche diplomatico. In Egitto infatti, si stava consumando sia uno scontro tra fazioni interne all’Impero Ottomano (l’Egitto ne era una provincia, ndr), che vedrà la vittoria del generale Mehmet Ali, sia tra le superpotenze colonialiste di Francia e Gran Bretagna. In questo instabile equilibrio, Drovetti imparerà a destreggiarsi presto, armato solo di corrispondenza e parole spese nel modo giusto e al momento giusto.

Ci sono un primo e un secondo Drovetti in questo libro; a fare da spartiacque nella vita dell’illustre sabaudo un evento per lui drammatico: la caduta di Napoleone, il mito di un’intera vita. Revocato il mandato diplomatico, Bernardino non si trova in mezzo a una strada, certo, ma deve reinventare la sua vita, riscoprire occasioni da cui trarre gloria e successo, anche economico. La svolta si cela sotto la sabbia, nei siti archeologici di Karnak, Luxor, Saqqara: in pochi anni, Drovetti riuscirà a collezionare migliaia di reperti (8228 sono solo quelli della prima collezione, ndr), in una rocambolesca corsa nel deserto, alimentata dall’egittomania delle corti europee. Non approfondiremo qui, né l’abbiamo fatto come gruppo di lettura, l’eterna e attualissima diatriba sul rapporto tra musei e colonialismo; ciò che ha appassionato e fatto sorgere non qualche interrogativo sulla figura del protagonista, è stata la vicenda economica legata alla vendita della collezione Drovetti.

Fissato il prezzo di 400 mila franchi francesi, Bernardino attende acquirenti: prima si fa vivo il Louvre, poi Carlo Felice di Savoia per la creazione di un nuovo museo egizio torinese, in un alternarsi di conferme e ripensamenti che terranno il protagonista appeso per diversi mesi, prima che la collezione drovettiana trovi casa a Torino. Francese e piemontese a giorni alterni, Drovetti non sembra aver scelto la capitale sabauda come casa per la sua collezione mosso da un particolare patriottismo, bensì dalla legge universale e sempiterna del miglior offerente. Il gruppo di lettura ha avuto l’impressione che l’intento del libro fosse quello di ritrarre Drovetti come un benefattore, mitizzandolo, mentre in realtà è emerso più come un buon mercante e un buon diplomatico. Attenzione: l’autore non è nuovo ai ritratti di personaggi storici, perlopiù torinesi, e non ne fa mai una questione agiografica, anzi, spesso emergono anche i lati grigi e più complessi dei protagonisti. Eppure ciò che resta dopo Drovetti l’Egizio è uno sbilanciamento verso l’eroicizzazione del protagonista.

Drovetti l’Egizio ha lascia un po’ di languore in bocca, soprattutto per l’impianto iniziale di scrittura: maggiori riferimenti storici (non manca la bibliografia finale, ndr) e meno veridicità sarebbero stati apprezzati dal gruppo di lettura, sebbene lo stile narrativo frizzante abbia comunque tenuto incollato alla pagina. Questo romanzo va preso, appunto, come un’opera di narrativa storica, non come un saggio: un modo per avvicinarsi al mondo dell’egittologia magari, in una forma meno accademica e sicuramente più entusiasmante per un neofita rispetto a un, neanche farlo apposta, papiro di saggi e articoli scientifici.
Autodeclassato molto volentieri a braccio scrivente, ringrazio le menti di questi paragrafi: Alberto, Alessandro, Fabio, Federico, Martina, Serena, Silvana, Virginia.



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