Si dice che le pause siano importanti, in qualsiasi forma di narrazione. Preparano al dilagare delle parole o suoni che le precedono, amplificando quelle che le seguono: un ritmo di marea, incessante, nel cui silenzio si ammira la potenza espressiva di una storia. Esistono libri prevalentemente silenziosi? Forse è un ossimoro, forse non ne esistono molti, sicuramente La casa sul cartello di María José Ferrada (traduzione di Marta Rota Núñez) è uno di quelli: silenzio scritto, desiderato, alle volte invidiato, altre rifiutato, frutto di una scelta drastica ma ponderata, in un sud America, che non lascia scampo e tempo per riflettere e sottrarsi alla lotta per la sopravvivenza.

Ramón è un operaio stanco, dei turni massacranti in fabbrica come di vedere colleghi soffrire e arrancare nella routine quotidiana. Trovato finalmente il coraggio, cambia lavoro e con lui stravolge la sua vita: farà il custode di un cartello pubblicitario, sette giorni su sette, abitandoci sopra. Un’enorme insegna della Coca-Cola, rossa, fuoriposto rispetto alla desolazione sudamericana in cui Ramón vive, tanto nel suo brillare quanto nello spot diventato messaggio di una lontana speranza: condividi la felicità. Rifugiarsi in un nido, lontano dal mondo in rovina che lo circonda, è una scelta di calviniana rivoluzione (è impossibile non pensare all’analogia con il Barone rampante), che suscita imbarazzo e giudizi tra i vicini di casa: qualcuno lo prende per matto, altri lo comprendono; c’è chi lo deride, chi scuote la testa osservandolo in silenzio. L’unico attratto da quella figura “a metà tra un amico, un uccello e un maestro” è Miguel, suo nipote, che con gli occhi stupiti di un bambino osserva senza giudizio la scelta dello zio.

Ramón è un personaggio che ama più ascoltare che parlare; lascia in sospeso i discorsi non per l’incapacità di rispondere, quanto perché impegnato in conversazioni con se stesso che nessuno può ascoltare. Un dialogo interiore, che il lettore cerca di decriptare a ogni pagina: cosa passa per la mente di questo guardiano solitario? Perché questa scelta drastica di ritirarsi dal mondo di sotto, ma allo stesso tempo scegliere di averci ancora qualche legame? Spesso il suo sguardo è rivolto alle stelle, elemento ricorrente ne La casa sul cartello: come il protagonista, non danno risposte, contemplano ciò che accade sotto di loro, impassibili, eterne; luci che, anche loro, hanno scelto di arrampicarsi sulla volta celeste ed estraniarsi dal rumore del mondo. Rumore del mondo: “parole d’amore. Informazioni. Istruzioni. Rimproveri. Risate. Spiegazioni. E ogni tanto uno sparo”.

Anche su quel picco urbano, una cordata di problemi riesce ad arrampicarsi: i vicini di casa non sono affatto contenti della sua scelta da disadattato, come molti lo apostrofano. Disadattati che già infestano la città, i Senza Casa li chiamano, disturbatori della squallida monotonia del quartiere: sono un ottimo e comodo nemico su cui riversare le proprie frustrazioni, e Ramón rappresenta il capro espiatorio perfetto contro cui scagliarsi. Una lotta tra poveri, ai gradini più bassi della scala sociale, che non fa prigionieri e alimenta continuamente risentimento: oggi è Ramón, domani qualcun altro. D’altronde, proprio quando il protagonista svanisce, rimangono appesi a un interrogativo: “che cosa potevano fare ora che non avevano un colpevole? Come potevano battere il pugno sopra quel grande tavolo che era il mondo?”.

María José Ferrada ha scritto una favola contemporanea malinconica e disarmante nella sua semplicità. Osservare Ramón smuove qualcosa di difficile definizione in chi legge, alle volte assume i tratti del disturbante quando mette di fronte a verità scomode. Perché fare una scelta decisa, reazionaria rispetto alla direzione del mondo, cioè quella di ascoltare e non essere protagonisti, anche della propria misera vita, sento essere qualcosa a cui ipocritamente molti vorrebbero tendere. Poi nel momento stesso in cui si esprime questo desiderio di plastica, si cerca l’attenzione dell’altro: quanto è bello predicare una vita anticapitalista, essenziale e nella cui lentezza (forse la parola più inflazionata degli ultimi anni) cercare la contemplazione, quando si ha l’opportunità che queste rimangano parole sospese, vuote? Un po’ si vorrebbe essere il protagonista de La casa sul cartello, un po’ si è contenti che lo sconfitto dalla vita sia Ramón e non chi sta leggendo: un po’ vorresti che questo libro non finisse mai per le domande che regala, un po’ che terminasse in fretta e la smettesse di puntare il dito sull’ipocrisia in cui, almeno una volta, siamo inciampati tutti.





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