Romanzoapranzo

Il venerdì, a pranzo, si parla di libri.

Credo sia doveroso per coloro che non hanno mai sentito parlare di quest’opera, pubblicata nel 1977 postuma dal figlio di Tolkien, Christopher, dare un minimo di contesto sulla sua struttura mitologica, per non perdersi tra le varie storie al suo interno narrate.

Già nel titolo troviamo il cuore della saga, ovvero il racconto dei Silmaril: tre gemme di luce pura, create dall’elfo Fëanor, sottratte dal Signore Oscuro Morgoth sono al centro di ogni vicenda, scontro e tradimento che si susseguono nell’opera.

Precedente al Quenta Silmarillion, il Valaquenta (novero dei Valar) illustra le divinità di Arda create per volere di Eru Ilùvatar, l’Essere Supremo creatore di tutte le cose; mentre l’Ainulindalë (la musica degli Ainur) si può definire come la cosmogonia di , l’universo di Tolkien al cui interno vi è Arda, la Terra. Seguono l’Akallabêth, il racconto della nascita e della caduta di Númenor, e il capitolo Degli Anelli del Potere e della Terza Era, titolo piuttosto evidente che anticipa il contenuto: come gli anelli, compreso l’Unico, sono stati creati.

É uno scandalo riassumere in maniera così striminzita questo capolavoro? Si, ma come spero sia ormai chiaro, l’intento di questo spazio virtuale non è raccontare trame e giudicarle, quanto imprimere cosa queste trame abbiano acceso nella mia mente. E, trattandosi di Tolkien, nel cuore e nella mente c’è molto di acceso dopo questa lettura.

Come si può rimanere impassibili leggendo la decina di pagine che compongono l’Ainulindalë? La creazione non è un assolo egoistico di Eru, ma frutto di un’armonia tra gli Ainur (Ainur e Valar si possono usare quasi come sinonimi, ndr): uso questi termini non a caso, perché il potere creativo passa per la musica: non c’è una descrizione visiva del creato, ma dal buio sembra emergere questa Grande Musica, cantata da “innumerevoli cori” che risuonano nel Vuoto. Persino lo scontro con l’Ainu Melkor (altro nome di Morgoth, ndr) è una battaglia poderosa di suoni, di temi che si scontrano come maree fino a quando l’Essere Supremo non fa calare il silenzio, nella parte che ho trovato più poetica:

“Ed egli mostrò loro una visione, conferendo agli Ainur vista là dove prima era solo udito; ed essi videro un Mondo nuovo reso visibile davanti a sé, e il Mondo era sferico in mezzo al Vuoto”.

Non ho potuto fare a meno di immaginare il contesto in cui l’autore potrebbe aver pensato e scritto queste pagine così semplici e alte allo stesso tempo. Vedo il Professore, nel fango delle trincee della Grande Guerra o nei corridoi di Oxford, svuotati di vita dal l’incombere del secondo conflitto mondiale, quando il mondo era a un passo dalla rovina, ritagliarsi un mondo di bellezza per sé. Tolkien ha compiuto un atto rivoluzionario, un messaggio che percepisco contemporaneo: ha sentito il bisogno di creare nell’era della distruzione. Creare, aggiungerei, bellezza. L’Ainulindalë è infatti solo il primo assaggio della sua potenza creativo-immaginifica: non basterebbero pagine intere per raccontare lo stupore di fronte a Valinor, la terra degli dei, o per esporre le ricchezze del Beleriand, o la maestosità di Númenor.

Da un libro fantastico, almeno da quelli considerati canonicamente fantastici, ci si aspetta il lieto fine, il bene che vince sul male: il Signore degli Anelli è anche per questo l’archetipo del genere. Non Il Silmarillion. Il Silmarillion è un libro sulla sconfitta, è il racconto di un sogno schiantato sul nascere, un’idea di impeccabilità mai raggiunta, mai realizzata appieno. Una mano che si allunga per toccare un premio e, nonostante gli sforzi, non riesce a coprire gli ultimi centimetri che la separano dall’obiettivo.

Eroi ed esseri perfetti bramano sempre qualcosa in più, schiavi dell’eccesso, che muta forma nei vari episodi della saga. Melkor mira al potere assoluto, anela il trono di Manwë, signore dei Valar, il potere creatore di Eru e l’adorazione dei popoli del Beleriand: è disposto a soggiogare il mondo per ottenerla.

Aulë, Ainu la cui “signoria si estende su tutte le sostanze”, “fabbro e maestro in tutti i mestieri”, ambisce a creare qualcosa di suo: egli crea infatti i Nani a insaputa di Ilùvatar, non per gelosia del Sommo, ma per desiderio di creare “cose diverse da me, per amarle e per istruirle, così che anch’esse potessero percepire la bellezza di Eä”. Sebbene spinto da curiosità ingenua e impaziente, anche Aulë ha ceduto, a suo modo, all’eccesso.

I Nani sono schiavi della materia, inciampano nel luccichio dell’oro e dall’oro sono sconfitti: commettono fratricidio, ingannano gli elfi e assassinano Thingol, re del Doriath, per impossessarsi di molte ricchezze.

Ma il popolo centrale de Il Silmarillion è quello che rappresenta maggiormente l’insuccesso, oserei dire dall’alba dei tempi di Arda. Il destino degli Elfi era quello di ammirare la bellezza del mondo e di goderne in eterno, essendo loro immortali: dovevano contemplare la luce delle stelle e ascoltare la voce del mare, invece hanno rivolto lo sguardo contro i propri fratelli, macchiandosi di crimini efferati. Fëanor, creatore dei Silmaril, divenne ossessionato da quelle gemme e cedette alle parole velenose di Melkor, ipotizzando una ribellione contro i Valar. Con i suoi figli pronuncia un giuramento folle, preludio di molte stragi fratricide destinate a durare per intere ere nel Beleriand.

Da Il Silmarillion emerge un ritratto degli elfi completamente distante da quello proposto ne Il Signore degli Anelli: non sono i personaggi riflessivi, pacati e mossi da alti intenti, ma istintivi, guerrafondai, avidi. Caratteristiche sempre recriminate agli acerrimi nemici Nani: da fan della stirpe di Durin è una soddisfazione, per una volta, veder scendere dal piedistallo gli orecchie a punta.

Goliardia fantasy a parte, la caduta cronica degli Elfi non l’ho trovata una caraterristica negativa nella lettura de Il Silmarillion, anzi: li rende più umani, più vicini al lettore. Smonta l’idea di perfezione che incarnano e nel quale siamo quotidianamente immersi: se persino gli eroi sono fallibili, perché crucciarsi nel dover tendere a un’idea impossibile e a fare di tutto per mostrarla al mondo intero?

Fin qui verrebbe da dire: ma allora il tema della speranza, tanto caro a Tolkien nelle altre opere, dove si nasconde? Si nasconde, ancora una volta, dove nessuno avrebbe guardato, perché “quando i Sapienti si mostrano irresoluti, l’aiuto può venire dalle mani dei deboli”. E ne Il Silmarillion i deboli sono gli Uomini, chiamati anche i Figli Minori o, appunto, gli Engwar (i Deboli). I più propensi alla corruzione, destinati a morire e per questo a tratti invidiati dagli Elfi: la morte ne Il Silmarillion non è mai vista in chiave negativa, ma come un’avventura misteriosa, per gli Elfi persino un dono invidiabile; un punto lì dove loro sono destinati a soffrire in eterno per la separazione dai propri cari.

Il tempo degli Uomini, come il nostro, è poco, non possono permettersi di attendere: combattono per il cambiamento; sbagliano certo, ma agiscono e cercano di porre rimedio lì dove sopravvive con le ultime forze una causa giusta. Ne sono esempio la tenacia di Beren nel perseguire un obiettivo, sebbene questo voglia dire giungere nelle profondità di Angband, ai piedi del trono di Melkor; o la cieca fedeltà di Hurin, guerriero indomabile che ha passato anni prigioniero sul Thangorodrim piuttosto che rivelare l’ubicazione della città nascosta di Gondolin. E ancora la forza della disperazione di Eärendil, la quale lo spinge a superare i limiti divini di Valinor pur di avvisare gli dei dell’ombra che grava sul Beleriand: il simbolo della speranza per antonomasia, tanto che gli verrà concesso di solcare i cieli con la sua nave portando la luce, di speranza appunto, del Silmaril ai figli di Iluvatar.

Scrivere una sintesi di ciò che ha scatenato Il Silmarillion è stato difficile; molto ho trascurato e molto sarebbe da approfondire. “La ricerca di una maggiore complessità della narrazione Bene-Male mi porta a credere che sia Il Silmarillion ciò con cui, oggi, Tolkien potrebbe stregarmi e appagarmi maggiormente”: così avevo scritto due anni fa, su questo spazio. Quella voglia di complessità, di contenuto e non di forma, è stata soddisfatta.

Rimane una domanda a cui rispondere: perché queste storie mi risuonano dentro? Il potere creativo della mente nel momento più buio, la realizzazione che si è tutti fallibili e al contempo la speranza racchiusa in sé stessi sono gli archi che hanno fatto vibrare le corde più profonde del me lettore. Se cerco una risposta istintiva fatico a trovarla, come quando si parla di certi sentimenti; per fortuna le parole di una lettera del Professore a Milton Waldman del 1951 mi rincuorano. A proposito della genesi del Silmarillion scrive: “questo materiale è iniziato con il sottoscritto […], intendo dire che non ricordo un tempo in cui non lo stavo elaborando”. Forse, come certe storie d’amore durature, è difficile spiegarne il segreto: non resta che viverle e goderne appieno. Ancora una volta, grazie Professore.

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Mi chiamo Federico e forse ho imparato prima a leggere che a camminare. Bibliotecario e giornalista pubblicista, ho aperto questo spazio per descrivere cosa passa nella mia mente quando leggo un libro e magari per farne conoscere alcuni che non avresti mai letto!

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