Si dice sia più facile scrivere di luoghi che si è vissuti veramente; non so se sia vero, non ho mai provato ancora a scrivere nulla. Sono però certo che leggere di una città, delle sue storie e delle personalità che l’hanno plasmata e che si respirano quotidianamente, abbia un sapore piacevolmente diverso. Una sensazione che da neocittadino torinese sto imparando ad apprezzare: Tutti giù per terra o Lessico famigliare, in questo senso, sono stati due antipasti di pregio. La mia strada di lettore cittadino non poteva non incrociare, prima o poi, quella di un cognome che ha rivoluzionato, plasmato e lasciato ricordi dolceamari nel capoluogo sabaudo: Agnelli. Vestivamo alla marinara di Susanna Agnelli è una tenda discostata con deuit, con garbo piemontese, su quella che per un secolo è stata la royal family nostrana, quella da riverire, invidiare, seguire o odiare ciecamente.

Susanna Agnelli non promette nessuna cronaca familiare dettagliata, né ritratti agiografici o scandalistici sulla sua famiglia; già dalla prima pagina avvisa il lettore: “[l’editore, ndr] si aspettava più scandali, più pettegolezzi, più nomi. Ho scritto quello che mi ricordavo, usando, nello scrivere, il linguaggio che mi è abituale nel parlare”. Vestivamo alla marinara è un memoir sincero, nella scrittura quanto nei fatti raccontati, di una bambina nata nel 1922, anno della marcia su Roma, cresciuta con e nel fascismo, diventata donna adulta in guerra, moglie alla sua caduta, nel 1945. Un arco temporale non dei più facili e felici, neanche per una rappresentante dell’aristocrazia industriale italiana. Proprio questo aspetto è il primo che mi ha colpito, smontando un pregiudizio spesso attribuito ai giovani rampolli: non mi pare sia stata un’infanzia felice quella di Susanna. Facile forse, ma la felicità negli Agnelli bambini, non riesco a vederla. E lo dico senza alcuna retorica scadente, di quella che attribuisce ai poveri forme di superiorità morali ed emotive per principio.

“Don’t forget you are an Agnelli”: questo il mantra con il quale la rigida tata Miss Parker ha plasmato l’infanzia della protagonista e dei suoi fratelli Clara, Gianni, Maria Sole, Cristiana, Giorgio e Umberto. Un cognome ingombrante soprattutto per un’età, l’infanzia, in cui non si comprendono appieno la fatica dei destini già segnati e delle aspettative da mantenere, in cui i salotti bene d’Italia sono ancora lontani ma ben visibili nel proprio futuro. A ricordare quell’eredità da mantenere ci pensano anche una madre, Virginia Bourbon del Monte, che da questo libro traspare come anima malinconica e infelice, nascosta dietro alla maschera di nobile mondana, e la figura arcigna, burbera e dedita solo agli affari e all’immagine della propria famiglia del senatore Giovanni Agnelli, patron della FIAT e nonno dell’autrice.
L’empatia non sembrava vivere in corso Oporto, oggi corso Matteotti a Torino, neanche dopo la scomparsa di Edoardo Agnelli, padre di Susanna. Un evento che farà sbandare la famiglia: i figli, come la madre, sembrano sfogare una voglia di libertà a lungo repressa, alimentando non poche chiacchiere tra la borghesia italiana.

Non ho potuto non fare paragoni con le vicende, per certi aspetti analoghe, raccontate in Lessico famigliare: la città raccontata è la stessa, l’estrazione sociale delle protagoniste simile, il periodo storico vissuto anche. Eppure la guerra, la stessa guerra, gioca ruoli completamente diversi: nel romanzo della Ginzburg è accennata, un bubbolio lontano avrebbe detto Pascoli, che sembra sfiorare la famiglia Levi; nel racconto dell’Agnelli è dirompente, quasi cercata dalla protagonista per sapere se fosse reale o meno. L’autrice infatti racconta con dettagli tragici la sua esperienza di infermiera a bordo delle navi ospedali che facevano la spola tra l’Italia e l’Africa: una borghese fuori posto, tra disgraziati e sangue, non per questo insensibile alla sofferenza del prossimo. Se nel primo la speranza in un futuro senza guerra resta timidamente accesa ad ogni pagina, nel secondo talmente è tanta la violenza e la sensazione di sbando dopo l’8 settembre, che la fiducia nel domani sembra un’illusione. Proprio dopo questa data nasce un ritratto tragicomico del Paese, incapace fino all’ultimo di reagire, di capire dove stare: comunisti e generali fascisti si nascondono insieme, molti non sanno cosa fare e invocano qualcuno che li guidi nelle scelte cruciali.

Avrei voluto fossero stati di più i momenti di stupore e riflessione con Vestivamo alla marinara ma la struttura del libro disarticolata (tipica del memoir?) non mi ha convinto, così come la scrittura, forse troppo poco ridotta all’osso e non sempre eccellente. Sembra un libro scritto controvoglia, in obbligo in quanto personalità di cui si vogliono sapere vita, morte e miracoli, sensazione della quale ho avuto conferma rileggendo l’avvertenza iniziale: “l’editore mi ha chiesto di scrivere un libro, […] un libro sul fascismo. […] Si dà il caso che sono nata nel 1922”. L’editore mi ha chiesto, si dà il caso: mi domando quanto Susanna Agnelli avesse voglia di raccontare pagine della sua esistenza che mi sono parse poco felici.
E poi, confesso: anche io avrei voluto qualche dettaglio maggiore sulla vita degli altri illustri parenti; la curiosità storica è irrefrenabile, soprattutto se riguarda personaggi di un certo peso per la città che mi accoglie ogni giorno. Curiosità storica suona meglio di gossip, ma forse è meglio non nascondersi: al chiacchiericcio non scampa nessuno, e probabilmente proprio questa ha spinto e spingerà ancora i lettori ad avvicinarsi a questo memoir.



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