La cucina può rappresentare l’anima culturale di un paese, con tutte le sue contraddizioni. Prendiamo ciò che conosciamo della cucina giapponese: pochi ingredienti, assemblati in ricette dall’apparente semplicità e armonia estetica, che nascondono magari preparazioni che sfiorano la ritualità sacra, definite da regole antiche e immutabili. La società nipponica ritratta in Butter di Asako Yuzuki è un po’ come la sua cultura gastronomica: gentile e armoniosa, unitariamente proiettata nel futuro, ma che cela, all’ombra dei grattacieli e sotto le scrivanie degli impiegati stacanovisti, regole morali aspre, gerarchie cementificate dal senso del dovere da cui difficilmente è difficile sganciarsi. Se questo racconto ha iniziato a farsi strada nel cinema e nella letteratura del Sol levante, intaccando il mito kawaii ed edificante che ad ovest abbiamo del Giappone, Butter si inserisce in una dimensione precisa, quella femminile: la narrazione di una donna, con protagonista una donna, entrambe immerse in un quotidiano che le vorrebbe immobili in un ruolo senza sbavature, impeccabili per natura. O per rimanere nel tema: senza sapore, al massimo con uno imposto da altri, non eccessivo.

Rika Machida è l’unica reporter donna nella redazione di Shūkan Shumei, storica rivista per l’uomo nipponico che non deve chiedere mai. Trentenne, centosessanta centimetri di altezza per cinquanta chili, tenuti sotto stretto controllo: no, non si candida per miss Giappone, ma nella tentacolare e futuristica Tokyo certe cose hanno ancora un valore per essere ritenute papabili come mogli devote e aggraziate. Il cibo non è potuto mai essere un piacere per Rika, ma un impiccio quotidiano da sbrigare, un pericolo per il suo girovita, un attentato alla sua reputazione. Ironia della sorte, proprio una storia di cibo e piacere le ronza da tempo nella mente e finalmente arriva sulla sua scrivania: Manako Kajii, foodblogger gourmet, è in attesa di giudizio nel carcere della capitale; accusata di estorsione ai danni di tre uomini facoltosi, probabilmente assassinati da lei e morti in circostanze misteriose, addescati su un sito di incontri. Il giudizio popolare è spietatamente superficiale: Manako “in aula si era comportata come una regina, non era né giovane né bella. A giudicare dalle foto, doveva pesare più di settanta chili”. Una città sconvolta più dall’idea che sia apparsa attraente agli occhi di qualcuno che dal presunto sangue sulle sue mani. Un fascino pericoloso quindi, quello di Manako, che non risparmia neanche la protagonista del romanzo, legata e ammaliata dal suo potere per un motivo ancora sconosciuto.

La prima parte di Butter è un corteggiamento psicologico, alternativamente celamento e sfoggio del proprio piumaggio, del proprio vissuto, nel tentativo di instaurare un rapporto di fiducia che valichi il vetro della sala ricevimenti del carcere di Tokyo. Manako è sospettosa, non sa quanto aprirsi alla reporter, ai suoi occhi una donna ingabbiata nel ruolo di bella statuina che la società le impone. Rika è in stato di venerazione, davanti a una vita che forse sogna, quella di una donna che non vuole amici ma solo adoratori, depotenziando gli uomini e subordinandoli alla sua aura; una persona che sa godersi appieno i piaceri carnali della vita senza imbarazzo, ai suoi occhi qualcosa di impossibile (“dopo aver consumato pasti di quella portata, faceva sesso [..], e il giorno dopo era di novo in giro per risotranti, e aggiornava il suo blog”). Due universi agli antipodi, uno in cerca dell’altro forse, che trovano il primo punto di contatto nell’alimento proibito per eccellenza, innocuo nell’aspetto e coinvolgente nel gusto: il burro. È Manako a iniziarla a questo ingrediente, totemico e dal potere rivelatorio, come se, dopo averne apprezzato l’untuosità liberatoria, si potesse davvero comprendere l’essenza della serial killer e la sua filosofia di vita. La pagina in cui Rika prova per la prima volta il burro è assoluta, epifanica, racchiude tutto il libro come in una sorta di haiku gastronomico:
“Era un sapore che non si poteva definire in altro modo se non come ‘dorato’. Una travolgente onda dai riflessi aurei, incredibilmente intensa, dal profumo vagamente conturbante. […] Era una sensazione di caduta libera”.

Il dischiudersi di nuovi sapori e l’avanzare dell’inchiesta giornalistica cambiano Rika, sia fisicamente che nella percezione della società in cui è immersa. Dalle pagine di Butter emerge un grande affresco sull’uomo giapponese, per certi aspetti variegato: persone sole, incapaci di tessere legami emotivi se non pianificandoli o rivolgendosi a “professioniste” come la foodblogger killer (la spontaneità è la grande assente nel romanzo di Asako Yuzuki, nel mangiare quanto nell’espressione emotiva). Individui ipocriti, che desiderano la donna di casa minuta e graziosa ma che nel profondo bramano una come Manako, fisicamente e moralmente fuori dal canone: un’impasse che genera repressione e frustrazioni, che trasudano entrambe dal libro. Per loro è impossibile mostrarsi fragili, imperfetti, sconfitti, agli occhi delle donne quanto a quelli degli altri uomini: ne nasce uno spirito competitivo senza pari, a tratti comico. Al vincitore la riconoscenza del gentil sesso, inseguita per tutto il romanzo, di essere la colonna portante della coppia e della società: i maschi beta sconfitti e non più al centro dell’attenzione non possono che rifugiarsi nell’incelismo (dall’inglese incel, contrazione di involuntary celibate, “celibi involontari”) o, come nel caso degli uomini di Manako, nel suicidio.

Ogni colloquio con Manako plasma sì l’affresco misogino e machista sopra raccontato, ma pone anche Rika di fronte a uno specchio e a tante domande. Sente un legame tra il suo passato turbolento e quello affatto facile della presunta omicida. Il giudizio della reporter, quanto quello del lettore, cambia in diverse fasi narrative e solleva interrogativi sempre nuovi. In diversi momenti sono caduto nella trappola di Manako, ho empatizzato con lei, ho compreso ma non condiviso ciò che ha fatto alle sue vittime. Posto che li abbia davvero uccisi lei, in quel caso si tratterebbe di un processo alle intenzioni, di una punizione verso una donna che è uscita dagli schemi e ha infranto, a quanto pare, il biologico senso del dovere femminile verso i maschi.
Senso del dovere e senso di colpa: due facce della stessa medaglia che connotano i personaggi femminili di questo romanzo intricato; un modo di stare al mondo che gli è stato tramandato e imposto, limitando le proprie libertà, anche le più piccole come la scelta di cosa mangiare, per ritornare al tema gastronomico del romanzo. Quanto si può condannare una persona che decide di non esserci più per un’altra, mettendo davanti il proprio benessere? Non avremmo responsabilità immani, insostenibili, anche nelle piccole scelte quotidiane? Dall’altro lato: se non considerassimo mai l’altro, come potremmo vivere in società? È l’eterno equilibrio tra amor proprio e bene dell’altro, che tanto perplime le due donne in dialogo quanto il sottoscritto: forse proprio la capacità di Manako di rompere questi schemi mi ha portato a comprenderne l’operato.

Seppure lento nell’ingranare, da Butter di Asako Yuzuki è difficile staccarsi, soprattutto dal momento in cui la psicologia dei personaggi è messa a nudo e di fronte a nuove domande. È un libro per buone forchette letterarie, una storia di occasioni di cambiamento colte: a tratti rivelatorio, capace di insegnare che c’è sempre un’alternativa, anche agli schemi all’apparenza più difficili da scardinare. Più lunga o rapida da concretizzare, certo, ma pur sempre presente. La chiosa migliore la regala la giovane reporter, usando ancora una volta il mondo delle papille gustative, che non smette di stupirmi e affascinarmi: “mangiavo solo piatti pesanti che seguivano le ricette tradizionali, ma di recente ho capito quali sono i miei veri gusti”.





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