Come i fiocchi di neve, anche per le letture di un libro vale il teorema per il quale non ne esiste una identica all’altra: partecipare a un gruppo di lettura è la prova inconfutabile di questa regola aurea. Ciò che proverò a fare nei prossimi paragrafi sarà riassumere il punto di vista dei lettori che hanno partecipato al primo incontro della terza edizione del gruppo di lettura di Romanzoapranzo.
Nella nobile e alchemica arte dell’assemblare i cibi che è la cucina, capita di avere un’intuizione geniale, un’epifania gastronomica che nella mente del gourmet sembra funzionare. Davanti al piatto finito, dopo un paio di bocconi, può capitare di non essere pienamente soddisfatti, di percepire il retrogusto di qualcosa di mancato, incompleto. Ecco, con Le assaggiatrici di Rosella Postorino abbiamo avuto un po’ tutti questa sensazione, con il rammarico di una storia che poteva regalare molto di più, visti gli ampi margini di possibilità di creazione narrativa: l’autrice si è infatti liberamente ispirata alla storia di Margot Wölk, non avendo potuto, per un soffio sfortunato del destino, incontrare l’ultima assaggiatrice del Führer.

Rosa Sauer è una giovane berlinese, sposata con Gregor, con il quale sogna di costruire un futuro sereno, magari una famiglia. Il secondo conflitto mondiale purtroppo ferma il progetto alle fondamenta: con la morte dei genitori, è costretta a trasferirsi in Prussia Orientale dai suoi suoceri, mentre suo marito è impegnato al fronte. A uno stravolgimento ne segue un altro, perché anche lei, “giovane femmina ariana già domata dalla guerra”, viene chiamata a fare la sua parte nel complesso meccanismo del Terzo Reich: è scelta dalle SS come assaggiatrice di Adolf Hitler, durante la permanenza nella Wolfsschanze (Tana del Lupo), il rifugio sul fronte orientale. Anche altre ragazze sono costrette, ad ogni boccone, a giocare con il destino: qualcuna è onorata di mangiare lo stesso cibo del Führer, a loro modo un rapporto privilegiato, di vicinanza, quasi carnale vista la condivisione del nutrimento; altre si sentono in gabbia, sfruttate e trattate come cavie da laboratorio, sostituibili senza battere ciglio al sopraggiungere del veleno.
Pranzo dopo pranzo, cena dopo cena, tra le ragazze si crea un germoglio di legame, allargato all’istrionico cuoco Krumel e ad alcune guardie, fino a quando la bussola della vita di Rosa segna un’altra, l’ennesima, direzione: Gregor risulta disperso.

In equilibrio tra una vedovanza che attende conferme e il dovere della speranza, Rosa precipita in un generale senso di colpa: come si è permessa attimi di spensieratezza mentre il marito risultava disperso? Come può desiderare di trovare il boccone avvelenato per mettere fine alla sua sofferenza, mentre c’è gente che non può mangiare? Senso di colpa dei sensi di colpa, la relazione clandestina con Albert Ziegler, capo delle SS e suo aguzzino. Rosa si sente una traditrice, della fiducia dei suoi suoceri, del marito e dell’amica assaggiatrice Elfriede, e pensa di meritarsi che gli uomini, in primis Ziegler, la trattino male.
Il senso di colpa: la portata principale de Le assaggiatrici, difficile da digerire nella forma e nel contenuto. Rosa sembra autosabotarsi continuamente, vittima di una morale del peccato perpetuo che potrebbe anche funzionare in alcune vicende della protagonista (rapporto col cibo, tradimento), ma che diventa eccessivamente ripetitivo nel romanzo, in uno schema presagio-interpretazione-smentita che fa dire al lettore: so già come andrà a finire e non succederà nulla di quello che Rosa immagina succederà. Se per qualcuno questo accumulo è funzionale a sottolineare l’apprensione e l’angoscia del quotidiano in guerra, per molto rallenta troppo la narrazione, fino ad arrestarla del tutto in alcune pagine.

Quello che doveva essere il protagonista, il cibo, è purtroppo relegato a cornice, quasi a pretesto narrativo per raccontare una storia ambientata durante la Seconda guerra mondiale. Le pagine si svuotano di piatti e profumi, tutti avremmo voluto maggior attenzione sulla dicotomia cibo come nutrimento necessario e cibo come qualcosa da cui guardarsi, portatore di morte. Ma anche un racconto più profondo, e non accennato, dei pensieri di Rosa rispetto alla connessione tra lei e Hitler che passa dalle portate servite.
Il ritratto che esce di Rosa Sauer è quello di una assaggiatrice della vita, mai lanciata in nulla, mai spensierata nei frammenti di serenità che si è ritagliata, fisiologici e necessari per superare un periodo cupo come può essere quello della guerra. Persino dopo il conflitto, nell’ultima parte del romanzo, la più apprezzata, sorprendente e priva di lenti meccanismi, non riesce a vivere appieno la sua esistenza. Rimane ancorata a Gregor, nonostante non faccia più parte della suo presente, con in mano i rimpianti di una vita che sarebbe potuta essere e quelli di una non vissuta completamente.

Le assaggiatrici è un romanzo in potenza, che avrebbe potuto indagare il rapporto con la colpa in maniera più profonda e in parte lo fa (chi non è rimasto intrappolato nei meccanismi del rimorso che hanno immobilizzato Rosa?), ma la struttura scolastica non ha permesso di esprimere la forza di questa storia. Tanti gli interrogativi interessanti che il lettore può cogliere e su cui riflettere, sulla forza delle dittature, sui meccanismi di sopravvivenza e sulle modalità in cui prestare aiuto nel momento del bisogno: materie prime di ottima qualità, che non sono bastate ad esaltare il gusto autentico di questo romanzo.
Autodeclassato molto volentieri a braccio scrivente, ringrazio le menti di questi paragrafi: Alberto, Alessandro, Alessia, Aurora, Erika, Fabio, Federico, Martina, Silvana.





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