Guardando il mondo dall’oblò dello smartphone, tra guerre, crisi politiche, avanzate degli estremismi e odio montante, Elogio del conflitto non è poi un titolo tanto intrigante, quanto invece uno scherzo di pessimo gusto. Se si segue la regola aurea della bibliofilia del non giudicare un libro dalla copertina, si scoprirà che il saggio filosofico di Miguel Benasayag e Angélique Del Rey è tutto tranne che un’apologia della guerra o il cantico della violenza. La filosofia non è il mio pane quotidiano, né questo libro si presenta come la pagnotta più facile da digerire, per architettura della frase e concetti spesso dati per scontati. Eppure, ho sentito che molto aveva da dirmi, a me che in questo spazio come nella vita al di fuori del digitale, ho sempre guardato con fastidio le visioni manichee: forse abuso un po’ di questa parola, in entrambe le dimensioni. Sembra paradossale ma proprio il conflitto, imparare a stare nel conflitto, sembra essere l’alternativa a un mondo fondato sul bianco contro il nero, senza possibilità alcuna di grigi.

Si è pensato al conflitto solo in ottica del suo superamento, come una patologia da debellare. Un cancro da sconfiggere, si potrebbe dire; mai lo si è trattato come una malattia cronica con cui convivere. Abbiamo percorso la strada della sua abolizione, e ci siamo trovati con forme di barbarie ancora più acute, alle volte anche in nome dell’estinzione del conflitto: una strada diversa è possibile? Elogio del conflitto immagina un’alternativa, partendo dall’osservazione ontologica, ovvero di ciò che esiste hic et nunc, della realtà, a tutti i livelli del conflitto: a livello interiore, a livello sociale e politico, toccando infine l’espressione più immediata e atroce che si ha pensado a questa parola, ovvero la guerra.
Il conflitto interno: l’essere umano è per natura molteplicità, frutto di esperienze, qualità, valori culturali. Eppure nel contemporaneo assistiamo a processi di devitalizzazione e omologazione, che hanno come risultato la creazione di individui senza qualità: “una qualità che si trova identica in ciascuno non è più una qualità”. In un gioco di parole: diventa una qualsiasità.

Come sottolineano gli autori, viviamo “l’epoca della diffidenza”, ognuno chiuso nella propria fortezza individuale, con qualche feritoia aperta solo per coloro che sentiamo vicini alla nostra tribù sociale. Una società così strutturata vede con diffidenza chi non desidera o cerca ciò che si deve desiderare o cercare; in qualche modo abbiamo interiorizzato questo pensiero, grazie al sempre caro e vecchio senso di colpa. Perché non desidero una casa di proprietà? Perché mi sento soddisfatto di ciò che ho e non ho un’ambizione continua e totalizzante? E perché autore di Romanzoapranzo stai parlando di te, a te stesso? Ironia a parte: non è facile scardinare questi meccanismi, però Elogio del conflitto propone almeno di provarci, non per la strada dell’omologazione del volere, ma attraverso la molteplicità, contraddittoria, del desiderare.

Vivere in società comporta inevitabilmente il conflitto; è intrinseco nel mettere vicini e sotto leggi comuni individui per natura differenti uno dall’altro. Nella politica e nella sua forma democratica odierna, il conflitto però non esiste. Ma non siamo bombardati quotidianamente da blastate e controblastate parlamentari, migrate spesso sui social? Sì, ma non si è di fronte a un conflitto, bensì a uno scontro. Lo scontro vive la dimensione sincronica, della dittatura dell’immediato; il conflitto ha un respiro diacronico complesso, abbraccia un tempo lungo. Leggendo le pagine riguardanti questa opposizione, ho immaginato lo scontro politico come una giostra medievale: due cavalieri prendono la rincorsa, testa bassa, per disarcionare il nemico, senza curarsi delle conseguenze, dell’identità e del passato dell’altro. Mentre il conflitto l’ho immaginato come una partita Risiko: articolata, interminabile, con momenti di luce e ombre, avanzate e ritirate.
Le parti politiche, lance in resta, hanno sacrificato la molteplicità in nome dell’identificazione in una forma rigida di cittadino-elettore, a cui è necessario aderire dogmaticamente. Se si ha un dubbio su un determinato tema (e qui si torna alla conflittualità interna di cui sopra), viene messa in discussione l’intera identità politica, si viene additati subito come estranei alla tribù sociale di appartenenza.

I carri armati del Risiko sono drammaticamente diventati reali: non c’è neanche bisogno di nominare i conflitti in corso. Qui la parte più controversa di Elogio del conflitto, che apre con un’affermazione per nulla facile né da pronunciare né da ascoltare: la guerra è necessaria. Nessun vorrebbe la guerra in casa propria (tendenzialmente si tira un ipocrita sospiro di sollievo quando colpisce altri paesi), né auspica che ne scoppi un’altra il prima possibile: in molti, il ricordo dei conflitti mondiali basta per allontanarne anche solo l’idea pratica. Con l’affermazione “la guerra è necessaria” si intende che fa parte della storia umana, esiste oggettivamente, quindi rimuoverne l’idea non farà in modo che non ne scoppi una: purtroppo non viviamo nel migliore dei mondi possibili. La pace è uno straordinario periodo di anomalia, uno sforzo collettivo da preservare e mantenere, certo, ma se dovesse finire? Criticare la guerra oggettivamente, senza voli idealistici, camicie a fiori e Imagine all the people, è il primo passo per interpretarla ed evitare la barbarie della guerra totale. In sostanza: abituarsi all’eventualità di qualcosa rende quel qualcosa meno assurdo e spiazzante nel caso capitasse nuovamente.

Lo scontro è violento, irrazionale, duro e senza legge; il conflitto è articolato, lungo, faticoso. La conflittualità ha soprattutto una sua dimensione creativa, non è e non può essere solo desiderio di annientare l’altro: rigettare completamente una parte in causa vuol dire non riconoscerlo come umana, legittimando la barbarie, anche in nome di principi e ideali giusti. Il conflitto è in primis incontro di parti, il cui fine non è il compromesso ma una terza dimensione, intesa non come punto di arrivo del conflitto, ma come una sua evoluzione. Le situazioni cambiano, con loro il conflitto, che non è altro che un divenire mutevole, vissuto da individui mutevoli.
Conosciamo il mondo aconflittuale e ogni giorno abbiamo sotto gli occhi il suo fallimento, a tutti i livelli. Non abbiamo mai provato un’alternativa, come quella presentata da Benasayag e Del Rey Elogio in Elogio del conflitto. Genererà conflitti? Forse, anzi sicuramente: se non lo facesse, vorrebbe dire non aver cambiato ancora strada.





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